giovedì 27 settembre 2012

Già a 3 mesi i bimbi fanno il pieno di parole


Già a 3 mesi i neonati sono in grado di interpretare ed assimilare il sofisticato meccanismo linguistico che lega le sillabe. Lo sostiene uno studio del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia che, quindi, conferma che nasciamo con strutture cerebrali pronte per assimilare suoni e parole e per metterli in fila in modo corretto. La ricerca, pubblicata su Pnas, ha adoperato l'elettroencefalogramma per registrare le reazione dei bambini al linguaggio parlato. I risultati mostrano come bebè ascoltano i collegamenti tra sillabe e sono capaci di “leggerli” in maniera automatica. 

Ancora, uno studio del Max Planck Institut, condotto in collaborazione con la London University e la Charite Universitatsmedizin di Berlino, aveva scoperto che i bambini già tra i 4 e i 7 mesi riescono a percepire lo stato d`animo degli interlocutori e distinguono rabbia, felicità, gioia e nervosismo proprio allo stesso modo in cui opera il cervello di un adulto. Distinguono la musicalità delle parole e delle frasi e il modo in cui queste vengono pronunciate, interpretando quindi i sentimenti di chi parla: nella corteccia temporale destra si evidenziava infatti ogni volta una maggiore attività quando i bambini di 7 mesi ascoltavano le parole pronunciate con spiccata emotività (rabbia o felicità).
Esitazioni maestre -  Per i bambini più piccoli anche suoni di pausa e riflessione come “uhm” ed “ehm” dicono molte cose. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato su Developmental Science da Celeste Kidd dell’Università di Rochester, negli Usa. A due anni di età i piccoli imparano da quei suoni informi che chi parla sta per introdurre una nuova parola.  Developmental Science, condotta su 48 bambini di circa 24 mesi di età. La ricercatrice ha registrato e fatto ascoltare ai piccoli due tipi di frasi, una che indicava un oggetto familiare - una palla -, l’altra un oggetto sconosciuto sul quale la voce intonava un "uhm" di pausa. Ebbene, Kidd ha dimostrato che i bimbi anche grazie a quell’esitazione dell’adulto dirigevano lo sguardo verso la novità, consapevoli che quel suono abbozzato precedesse una nuova parola. “È da escludere invece che il bambino usi quei suoni come nome dell’oggetto sconosciuto - ha spiegato Kidd - anche perché il fenomeno accadeva lo stesso cambiando l’oggetto non familiare con un altro”.

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