mercoledì 11 luglio 2012

Grassi, fumo e caffè: i nemici della fecondazione

L'effetto della crisi economica arriva anche nel mondo della procreazione assistita. E se al ventottesimo convegno dell'Eshre appena concluso ad Istanbul, si festeggiano i 5 milioni di bambini nati dalla fecondazione assistita, non si può non fare un punto sui fondi messi a disposizione nei vari Paesi a donne e uomini infertili. La Grecia, per esempio, ha già registrato un meno 20 per cento di cicli. E la tendenza è la stessa anche in Spagna, dove però le coppie straniere evitano una flessione così marcata. Al contrario, lì dove la politica sanitaria di un Paese è più generosa con i rimborsi sanitari, si riescono ad avere più cicli, e più bambini nati, come dimostra uno studio dell'economista Mark Connolly, dell'università di Groningen, nei Paesi Bassi. Non è solo una questione di investimenti, però. Importante, anche più di quanto si pensasse finora, è lo stile di vita, come più di uno studio presentato all'Eshre dimostra.
Alimentazione, soprattutto, ma anche fumo di sigaretta, alcol e forte consumo di caffè. Secondo lo studio danese di Ulrick Schioler Kesmodel, della Fertility Clinic di Aarhus, su 3.959 donne, almeno cinque tazze di caffè americano al giorno (una tazza di caffè americano contiene circa 120 mg di caffeina, una tazzina di moka da 50 ml ne contiene circa 80 mg) ridurrebbero le chance di successo della fertilizzazione in vitro di circa il 50 per cento. "Ma non è chiaro - spiega il ricercatore - se l'effetto è dovuto alla caffeina, perché se fosse così dovremmo considerare anche il tè, il cioccolato, alcuni soft drinks. Il legame tra caffeina e fertilità è stato studiato in passato, con risultati divergenti".

Il rapporto tra status nutrizionale e fertilità è molto stretto e infatti - come ha sottolineato Wajit S. Dhillo, dell'Imperial College di Londra - maschi e femmine sottonutriti hanno problemi di infertilità. Così come all'opposto, la qualità di ovociti e spermatozoi peggiora con l'aumento di peso, tanto che Didier Dewailly dell'ospedale di Lille, in Francia, chiede provocatoriamente se le donne obese debbano ricevere trattamenti per l'infertilità. "L'obesità e l'insulinoresistenza - spiega Dewailly - hanno un forte impatto sulla salute riproduttiva tanto che ci si deve porre domande forse scioccanti. Il Bmi (indice di massa corporea) deve essere un criterio di esclusione per i trattamenti? E i rischi associati ad una gravidanza in una donna obesa non giustificano forse una chirurgia bariatrica prima di sottoporsi a fecondazione?". Domanda scioccante fino ad un certo punto, se si considera che Malta ha posto come limite per l'accesso alle terapie di Pma che la donna non fumi da almeno sei mesi e che il Bmi sia entro la norma.

Secondo altri studiosi, inoltre, non è tanto il peso eccessivo o una generica cattiva alimentazione ad essere sotto accusa. Ma - secondo i risultati dello studio Earth della Harvard School of Public Health - un livello di assunzione elevato di alcune tipologie di grassi, non solo fa diminuire il numero di ovociti da utilizzare, ma provoca un peggioramento della qualità dell'embrione nella fertilizzazione in vitro.

Il consumo di grassi era già stato oggetto di altri studi che riguardavano però l'effetto sulla concentrazione degli spermatozoi e sull'infertilità ovulatoria. "Il nostro studio invece - precisa Jorge Navarro, professore di Nutrizione ed Epidemiologia alla Harvard School of Public Health - riguarda 147 donne che si sono sottoposte a 198 trattamenti di fertilizzazione in vitro con il monitoraggio dello sviluppo degli ovociti, la fertilizzazione, la qualità degli embrioni, le gravidanze e le nascite. Le donne con il consumo più elevato (circa il 25% delle calorie totali) di grassi saturi, per esempio, producevano circa 3 ovociti maturi in meno rispetto a quelle con il consumo minore, e gli ovociti maturi sono gli unici che possono essere utilizzati per l'Ivf. Inoltre il consumo di grassi polinsaturi era inversamente correlato con la qualità dell'embrione. Sappiamo che diversi tipi di grassi hanno effetti differenti sui processi biologici che possono influenzare la riproduzione assistita ma non è chiaro qual è il meccanismo". E dunque non si possono dare raccomandazioni, se non generali.

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