lunedì 5 dicembre 2011

QUADRANTECTOMIA: LA SVOLTA NELLA CURA DEL TUMORE AL SENO

Per capire quanto è migliorata l'esistenza delle donne con un tumore al seno nel ultimi 30 anni si può dare uno sguardo a numeri e statistiche. Negli anni '80 guarivano 3 donne su 10, ora circa 9 (per guarigione si intende l’assenza di malattia per almeno 10 anni dalla conclusione delle cure). 
Oggi vivono oltre 500 mila ex malate in Italia. Fu l'avvio di una rivoluzione nella cura dei tumori: era la fine dei trattamenti che devastavano il corpo (e la mente) e l'inizio dell'era dell'integrità corporea e della qualità di vita come principio guida nelle decisioni terapeutiche. 

La mastectomia era stata superata dalla nuova quadrantectomia, cioè l'asportazione della sola porzione di mammella colpita dal cancro, associata a radioterapia per ripulire i tessuti circostanti da eventuali focolai di cellule cancerose. Non solo: la diffusione della diagnosi precoce (che porta oggi a scoprire sempre più spesso carcinomi di piccole dimensioni) e la conseguente diminuzione della mortalità partono proprio da lì. «In realtà — aggiunge Veronesi — anche l'impatto sulla guarigione è stato profondo. Fino a trent’anni fa le donne tendevano a farsi vedere dal medico il più tardi possibile, perché sapevano che la cura era l'amputazione. Con la possibilità della conservazione del proprio seno, invece, cominciarono ad andare dal senologo al primo dubbio e a fare la mammografia sistematicamente. E poiché i tumori piccoli sono quelli che guariscono di più, ora si vede il risultato anche sul calo di mortalità. Infine, pensare di salvare il seno ha aperto le porte a una sensibilità «extra medica», un'attenzione alla percezione psicologica della malattia: si è introdotto il concetto di empatia, che ha sviluppato quella "partecipazione" del paziente che oggi la moderna oncologia trova normale».
Per capire quanto è migliorata l'esistenza delle donne con un tumore al seno nel ultimi 30 anni si può dare uno sguardo a numeri e statistiche. Negli anni '80 guarivano 3 donne su 10, ora circa 9 (per guarigione si intende l’assenza di malattia per almeno 10 anni dalla conclusione delle cure). Oggi vivono oltre 500 mila ex malate in Italia. Prima del 1981 la cura prevista per chi aveva un cancro al seno era la mastectomia, l'asportazione integrale del seno malato. Dopo è iniziata l'era della chirurgia conservativa. «Nel 1981 — racconta Umberto Veronesi — la rivista scientifica New England Journal of Medicine pubblicò i risultati del nostro studio clinico (gli altri autori, tutti italiani, sono medici e ricercatori che lavoravano all'Istituto Tumori di Milano con Veronesi, ndr) che dimostrava come i tumori del seno di piccole dimensioni, inferiori ai due centimetri, possono essere trattati con la stessa efficacia preservando il seno, invece che asportandolo integralmente come era allora prassi in tutto il mondo». «L'idea — prosegue l'oncologo — mi venne dal microscopio: avevo capito che nella fase iniziale le cellule tumorali si riproducevano in forma poco aggressiva e dunque la dimensione del tumore rendeva plausibile operare solo la parte della mammella dove è posizionato».
Il passo successivo venne fatto nel 1996 allo Ieo(l'Istituto europeo di oncologia di Milano, di cui Veronesi è direttore scientifico) con la dimostrazione dell'utilità della tecnica del "linfonodo sentinella" che risparmia alle pazienti l'inutile svuotamento ascellare, causa del fastidioso linfedema (braccio gonfio). «Ci siamo accorti — spiega Alberto Costa, oggi direttore del Centro di senologia della Svizzera Italiana — che, se riuscivamo a intercettare i carcinomi piccoli, le cellule cancerose non facevano in tempo a raggiungere i linfonodi dell’ascella, per cui non era necessario asportarli. Così oggi, mentre la paziente è in sala operatoria, iniettiamo un liquido radioattivo che individua il linfonodo sentinella, quello più vicino tumore. Lo analizziamo e se è sano evitiamo di togliere tutti gli altri, che sono una barriera protettiva naturale del nostro sistema immunitario».
Si arriva così agli inizi del 2000, quando un gruppo di ingegneri e fisici romani riesce ad assemblare un macchinario per la radioterapia così piccolo e mobile da poterlo portare in sala operatoria. «La radioterapia intraoperatoria è il terzo passo avanti e siamo in attesa che gli studi in corso ne confermino definitivamente l'efficacia — dice Alberto Luini, direttore della Senologia Ieo —. Con questa tecnica possiamo evitare alle pazienti di tornare in ospedale ogni giorno per 6 settimane per fare le sedute di radioterapia esterna, e si riduce il campo dell'irradiazione del seno al quadrante che è sede del tumore, limitando al minimo la dose alle zone vicine che potrebbero essere danneggiate senza ricevere benefici».
I prossimi capitoli di questa storia? «La diffusione capillare della chirurgia oncoplastica, — risponde Luini, che è anche segretario nazionale della FONCaM, la Forza operativa nazionale sul carcinoma mammario — perché tutte le donne che subiscono una mastectomia o una quadrantectomia ricevano contestualmente la ricostruzione del seno ad opera del chirurgo plastico: se fino a alcuni anni fa era questo era privilegio di una minoranza di casi, oggi molti ospedali si stanno attrezzando. Secondo obiettivo, la day surgery, un intervento chirurgico oncologicamente completo a pazienti che vengono poi dimesse la sera stessa. Perché la percezione della gravità della malattia, e il subbuglio emotivo che porta con sé, dipendono anche dall’impatto del ricovero ospedaliero e dall'entità delle cure».

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