lunedì 11 luglio 2011

GLICEMIA: SE "BALLERINA" IL CUORE DEL PAZIENTE DIABETICO SI AFFATICA DI PIU'


Le “montagne russe” del glucosio nel sangue fanno male, e parecchio, al cuore. E' stato appena dimostrato per la prima volta al mondo da uno studio italiano, condotto da ricercatori dell'università di Tor Vergata di Roma su una trentina di diabetici di tipo due che le oscillazioni della glicemia aumenterebbero la probabilità di alterazioni della funzione del ventricolo sinistro del cuore segnando così l'ingresso nell'anticamera dello scompenso cardiaco, che si ha quando il ventricolo sinistro si dilata, si “sfianca” e non riesce a pompare più a dovere il sangue in circolo. Simona Frontoni, coordinatrice della ricerca e diabetologa al Dipartimento di Endocrinologia, Diabete e Metabolismo dell'Università di Tor Vergata, spiega: «Oggi per capire se la glicemia è sotto controllo usiamo l'emoglobina glicata, che misura una media della glicemia nell'arco di due, tre mesi. Dietro un valore accettabile, però, si possono nascondere glicemie sempre molto vicine alla media o molto distanti, verso l'alto e verso il basso. Ci siamo chiesti se questo conti per la salute del cuore, così abbiamo sottoposto i partecipanti alla misura il continuo della glicemia, l'holter glicemico, e a un'ecocardiografia». La misurazione in continuo si fa con i sensori usati regolarmente da chi porta un microinfusore per insulina: la glicemia viene rilevata ogni 5 minuti, un po' come accade quando si misura la pressione nelle 24 ore. Un parallelo scelto non a caso: «Quando la pressione arteriosa oscilla molto, sono più probabili i danni a vasi e cuore – dice Frontoni –. I nostri dati dimostrano che lo stesso vale per la glicemia: fluttuazioni più ampie aumentano il rischio di lesioni cardiache. Sapevamo che i picchi di glucosio possono provocare un grosso stress ossidativo a livello dei tessuti; i risultati della nostra ricerca indicano che questo meccanismo molto probabilmente è diretto responsabile anche di danni agli organi. Si tratta di lesioni iniziali, certo; ma se non si interviene per riportare un buon compenso glicemico i danni cardiaci possono progredire».
Bisognerà allora sottoporre tutti i diabetici all'holter glicemico? «Per il momento no, perché costerebbe troppo e questi sono dati preliminari: non sappiamo ancora per quali pazienti può essere più raccomandabile la misura in continuo della glicemia, né quali siano gli standard di riferimento per la valutazione dei risultati. Né è pensabile fare le “strisce” per la glicemia ogni mezz'ora: per il momento l'esame principale per valutare il controllo glicemico resta l'emoglobina glicata». 

POCHI LA TENGONO SOTTO CONTROLLO - Sono poi pochi, purtroppo, i diabetici italiani che riescono a tenere davvero sotto controllo la glicemia. Stando ai dati diffusi dall'Associazione Medici Diabetologi durante l'ultimo congresso nazionale, appena un quarto dei pazienti con diabete di tipo uno mantiene l'emoglobina glicata a valori ottimali, ovvero sotto al 7 per cento; come se non bastasse, solo il 44 per cento dei diabetici di tipo due ci riesce. Il problema è che sforare, ormai si sa, aumenta parecchio il rischio delle temibili complicanze del diabete: retinopatie e danni alla vista, reni che vanno in tilt, neuropatie periferiche e piede diabetico, alterazioni vascolari che fanno salire alle stelle il pericolo di infarti e ictus. «E dire che i valori medi di emoglobina glicata degli italiani sono parecchio migliori rispetto a quelli che si registrano all'estero: negli Stati Uniti, ad esempio, il 20-40 per cento dei diabetici sfora il 9 per cento di emoglobina glicata, il 50 per cento sta sopra all'8 per cento», spiega Carlo Giorda, neoeletto presidente AMD. Non per questo c'è da tirare i remi in barca, anzi: la terapia personalizzata del documento AMD dovrebbe servire per renderci ancora più virtuosi ed è stata anche proposta all'International Diabetes Federation come via “made in Italy” per migliorare il controllo del diabete in tutto il mondo. Tagliare su misura i farmaci per tenere sotto controllo la glicemia quando è più necessario, infatti, potrebbe riuscire a garantire un miglior controllo glicemico in un maggior numero di casi, anche fra i refrattari statunitensi.
IL DIABETE IN GRAVIDANZA - Il diabete in gravidanza infine è un problema che riguarda tantissime future mamme: le stime della Società Italiana di Diabetologia parlano del 4-6 per cento delle donne incinte, qualcosa come 30mila nuovi casi ogni anno. Il diabete gestazionale può provocare ipertensione, difficoltà anche serie al momento del parto con rischio di sofferenza del bambino, nascita di neonati dal peso troppo elevato e pure un'alta probabilità di un successivo diabete di tipo due nella madre: sapere chi lo svilupperà sarebbe perciò molto d'aiuto e secondo una ricerca pubblicata dall'American Journal of Obstetrics and Gynecology è possibile riuscirci, scoprendo le donne a rischio già sette anni prima della gravidanza. «Basta valutare il profilo cardio-metabolico della donna – spiega la coordinatrice della ricerca, Monique Hedderson del Kaiser Permanente Institute di Oakland, negli Stati Uniti –. In pratica, bisogna misurare glicemia, pressione, colesterolo e peso corporeo. Già soltanto essere in sovrappeso e avere la glicemia al limite, ad esempio, aumenta di quasi cinque volte la probabilità di diabete gestazionale. Si tratta di valutazioni semplici, che qualsiasi medico di base o ginecologo può fare in ogni momento e che possono però aiutare a individuare le donne a rischio, sulle quali è opportuno potenziare la prevenzione e il monitoraggio al momento della gravidanza, ipotizzando interventi precoci non appena si presenti il diabete gestazionale», conclude la diabetologa.

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