domenica 10 aprile 2011

MENO "PUNTI NASCITA" MA PIU' SICURI PER MAMME E BIMBI


Le Linee di indirizzo ridisegnano il sistema dell’assistenza alla madre e al bambino su due assi fondamentali: ospedali e territorio. Gli ospedali andranno incontro a «razionalizzazione» che porterà i punti nascita che assistono meno di 500 parti all’anno a scomparire, mentre quelli tra i 500 e i 1.000 saranno accorpati. Le strutture di "primo livello" della nuova rete dovranno dare una risposta adeguata ai parti "normali". Per quelli difficili o che potrebbero complicarsi, invece, le mamme avranno a disposizione gli ospedali di "secondo livello". Il tutto con una dotazione di personale e mezzi che assicuri un salto di qualità negli standard di sicurezza. Così, i reparti di primo livello avranno la guardia sulle 24 ore di ostetriche, ginecologi, anestesisti, neonatologi e pediatri, come la disponibilità dei servizi di diagnostica e di laboratorio. Ogni ospedale dovrà organizzare un servizio di trasporto d’emergenza per il trasferimento delle mamme e dei neonati. Per quanto riguarda il territorio, invece, la parola d’ordine è garantire la «continuità assistenziale». Si prevede perciò la creazione di un modello dipartimentale fra ospedale, distretto socio-sanitario, consultorio familiare e altri servizi dell’area materno-infantile. Un’altra novità importante della riforma riguarda l’incentivazione del parto naturale, anche economicamente, e l'epidurale garantita a tutte le donne.
La soglia dei 500 parti l’anno: per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è la cifra minima perché un punto nascita possa garantire sicurezza. «Gli studi hanno mostrato chiaramente che la mortalità infantile aumenta con il diminuire del numero di nati — spiega Alberto Ugazio, presidente della Società italiana di pediatria —. Insomma, 500 parti l’anno significa farne uno e mezzo al giorno. Se l’équipe è poco allenata, di fronte a un’emergenza è maggiormente in difficoltà». La stessa Federazione dei collegi delle ostetriche testimonia il fallimento del contenimento dei cesarei legato al Progetto obiettivo materno-infantile di dieci anni fa: «Erano stati previsti ospedali da 500 parti l’anno — dice Miriam Guana, presidente della Federazione — per la gestione di gravidanze e parti fisiologici. In realtà si è visto che anche negli ospedali piccoli i tagli cesarei raggiungevano il 50 per cento».
Il motivo è semplice. Nei piccoli ospedali a volte mancano strumenti e attrezzature necessari, i medici non sono di guardia sulle 24 ore e quindi per non rischiare si abusa del cesareo anche in casi dove c’è poco o nulla di patologico. Per questo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) è scesa in campo contro ipotesi di deroghe alla riforma. «Non sono ammissibili — taglia corto Nicola Surico, presidente Sigo — e saremo noi ginecologi, per primi, a spiegare alle donne che è meglio sopportare alcuni disagi logistici, ma avere strutture che garantiscono al meglio la salute di madre e bambino». Sigo, Società italiana di neonatologia (Sin) e Società italiana medici manager (Simm) sono invece a buon punto con un progetto di certificazione di qualità dei punti nascita.
Insomma, una specie di «bollino» per quegli ospedali che rispondono ai parametri messi a punti dallo Iom (Institute of medicine, che raggruppa le Società scientifiche Usa): sicurezza, efficacia, efficienza, equità centralità dei pazienti e delle loro famiglie, tempestività di intervento. «La bozza dovrebbe essere pronta entro fine mese aprile — dice Paolo Giliberti, presidente Sin —. Per adesso è un’iniziativa di tipo privatistico e vale solo come indicazione. Ci candidiamo tuttavia a verificare la presenza dei requisiti richiesti e speriamo che il ministero faccia proprio questo percorso». Il provvedimento del ministro Fazio ha ottenuto l’approvazione di massima delle società medico-scientifiche (ginecologi-ostetrici, neonatologi e pediatri), della Federazione sindacale dei medici dirigenti e di quella dei collegi delle ostetriche, come dell’Associazione di volontariato parto naturale tutte coinvolte nell’elaborazione del progetto. Approvazione di massima, si diceva, perché il presidente di Fesmed , Carmine Gigli, proprio questa settimana ha ribadito davanti alla Commissione igiene e sanità del Senato (una delle quattro che indagano sullo stato dei reparti maternità) la necessità di rivedere organici, carichi di lavoro e anche formazione universitaria dei medici ospedalieri. Per la Società italiana di pediatria, invece, la vera riforma avverrà quando seguirà anche la riqualificazione dei pediatri resi disponibili dalla chiusura dei punti nascita e il loro utilizzo nei settori in cui c’è maggior bisogno: da un lato nuove terapie intensive pediatriche attrezzate in grado di assistere i bambini con malattie acute gravi, come i politraumatizzati da incidenti stradali che sono oggi la principale causa di mortalità infantile, e dall’altro lato i grandi reparti pediatrici attrezzati in grado di far fronte alle malattie croniche complesse. Ma tutti i protagonisti del «nuovo corso» sanno che gli scogli più ostici da superare fin da subito saranno gli investimenti necessari e soprattutto la resistenza alla chiusura dei piccoli centri. I tamburi di guerra stanno già rullando. Lo testimoniano le prime interrogazioni parlamentari peraltro bipartizan.

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