lunedì 28 febbraio 2011

ARRIVANO LE PIRAMIDI ALIMENTARI PER LA PRIMA INFANZIA




Due semplici rappresentazioni grafiche, presentate nei giorni scorsi a Roma, guidano le mamme nel delicato passaggio dall’allattamento esclusivo ai primi alimenti semisolidi e solidi.


Il momento del passaggio dall’alimentazione esclusiva con il latte materno ai primi alimenti semisolidi e solidi è uno tra i più delicati nella vita di un bambino.
Per prevenire gli errori e guidare le mamme in questo momento di passaggio sono state messe a punto e presentate nei giorni scorsi le Piramidi alimentari per la prima infanzia, due utili strumenti per accompagnare la crescita e soddisfare i fabbisogni nutrizionali del bambino.
“Il processo di introduzione dell’alimentazione complementare può idealmente essere suddiviso in almeno due fasi fondamentali”, ha spiegato Andrea Vania, presidente dell’European Childhood Obesity Group e responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione Pediatrica nel Dipartimento di Pediatria e Neuropsichiatria Infantile Policlinico Umberto I di Roma.
“La prima fase rappresenta l’introduzione dalla primissima pappa, quando nella dieta giornaliera del bambino viene sostituito un pasto latteo con un pasto semisolido o solido. La seconda fase invece rappresenta la scoperta di nuovi alimenti, gusti e consistenze, aumentando pertanto la varietà nella dieta”.

Nella prima fase, che in genere avviene tra i 5 e i 6 mesi di età , i 4-5 pasti al giorno prevedono 1 pasto non latteo e 3-4 poppate, preferibilmente di latte materno, che rappresenta ancora l’alimento predominante della dieta del bambino.
“Questo schema”, ha aggiunto Vania, “permette l'introduzione graduale degli alimenti nuovi, la loro accettazione e pone le basi della varietà alimentare che sappiamo essere un cardine della salute. Il singolo pasto non latteo deve essere, ovviamente, nutrizionalmente completo. Guardando la prima piramide, si vede come l'ideale sia un mix equilibrato di crema di cereali (o pastina) accompagnata con verdure e olio extravergine d'oliva insieme alle proteine della carne o del pesce (preferibilmente liofilizzati) e frutta”. I rimanenti pasti saranno a base di latte materno, ma se questo manca o non è sufficiente, è possibile farsi consigliare dal pediatra uno specifico latte formulato per l'infanzia. Da evitare l’utilizzo del latte vaccino che, anche in forma diluita, rappresenta un alimento non idoneo per il bambino perché nutrizionalmente squilibrato rispetto ai fabbisogni di quest’età.
La varietà è fondamentale per impostare buone abitudini alimentari e per evitare squilibri che invece sono tipici di una dieta monotona. Per questo, nella seconda piramide, che si riferisce al periodo successivo ai sei mesi, i 4 pasti al giorno sono ora suddivisi in: 2 poppate di latte materno e 2 pappe. Aumenta la varietà di alimenti consentiti: entrano il riso e il semolino, il formaggio, il tuorlo d'uovo e i legumi per un totale di circa 28 pasti settimanali in cui le porzioni sono ovviamente cresciute anche in quantità. Frutta e verdura sono presenti a ogni pasto, mentre le fonti di proteine si alternano: in prima linea ci sono i legumi (fino a 5 volte a settimana), seguiti dalla carne (3 volte) e dal pesce (3 volte). Infine il formaggio presente nella dieta del bambino 2 volte a settimana e 1 volta il tuorlo dell'uovo, che sarà introdotto gradualmente (le prime volte solo 1 quarto).
“Le Piramidi sono uno strumento agile e intuitivo che aiuterà i genitori a gestire correttamente l'alimentazione dei più piccoli e ad avere meno dubbi. Certo, tutti i dubbi vanno comunque discussi con ilpPediatra, ma senza che l'alimentazione diventi un problema. Il momento del pasto infatti deve essere sin da piccoli un momento rilassante, di divertimento, in cui è possibile fare esperienza di gusti, consistenze, colori. Anche il giocare con la pappa può avvicinare il bambino a sapori nuovi”, ha concluso Vania.
 

ORZO, GRANO, AVENO ALLUNGANO (DAVVERO) LA VITA


Cereali

Chi mangia alimenti ricchi di fibre può sperare di vivere più a lungo di chi non lo fa,
 in media del 22% in più. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Archives of Internal Medicine che ha esaminato la dieta di oltre 30.000 persone tra i 50 e 71 anni alle quali è stato chiesto di dichiarare il loro menu-tipo. Ne è emerso che gli uomini che hanno mangiato in media circa 30 grammi di fibre al giorno  e le donne che hanno superato i 25 grammi - per lo più cereali integrali come grano, avena e orzo - hanno una speranza di vita il 22% maggiore rispetto a coloro che ne hanno consumati tra i 10 e 12,6 grammi al giorno. La ricerca è stata condotta dal National Institutes of Health-Aarp Diet. Le fibre hanno proprietà antinfiammatorie e l’infiammazione è spesso associata a malattie infettive e respiratorie.
"Una dieta ricca di fibre alimentari derivate da cibi vegetali integrali  - scrivono gli autori - può fornire svariati benefici per la salute". Le diete ad alto contenuto di fibra sono collegate a un minor rischio di morte in generale e soprattutto per colpa di malattie cardiovascolari, malattie infettive e malattie respiratorie sia negli uomini e nelle donne. I cereali integrali sono in grado di combattere e prevenire l'ipertensione al pari dei farmaci comunemente usati per lo stesso scopo: è quanto emerge da un altro studio dell'University of Aberdeen (Regno Unito), secondo cui chi mangia tre porzioni al giorno tra cereali non raffinati e pane e riso integrali è protetto dall'ipertensione e, di conseguenza, vede diminuire l'incidenza di infarto fino al 15% e di ictus fino al 25%.

LA GIORNATA DELLE MALATTIE RARE A PALERMO


Famiglie Sma, il Centro Nathan di Palermo e la LAMB con il patrocinio degli Assessorati della Salute, della Famiglia delle Politiche Sociali e del Lavoro, della Presidenza della Provincia di Palermo, del Comune di Palermo e della Federazione Italiana Medici Pediatri promuovono un momento di sensibilizzazione, che si terrà al Cervello lunedì DALLE ORE 8:30 ALLE 14:00


Inserita nel calendario delle manifestazioni che EURORDIS e UNIAMO organizzano per la giornata delle malattie rare 2011 ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, le autorità sanitarie e politiche, gli operatori sanitari, i ricercatori, gli accademici, le industrie. Nel contesto del tema di quest’anno: “Malattie Rare, una Priorità per la Sanità” si vogliono sottolineare le diseguaglianze sanitarie che caratterizzano le malattie rare. Nello specifico l'Atrofia Muscolare Spinale o SMA, che è una malattia degenerativa delle cellule nervose delle corna anteriori del midollo spinale, rappresenta la terza malattia genetica in Sicilia, dove si stimano 100.000 portatori sani inconsapevoli. E’ a tutt’oggi una malattia incurabile che nel casi più gravi, rappresenta la principale causa di morte dei bambini prima del compimento del secondo anno di vita. Nei restanti casi molto può essere fatto. E soprattutto una cura è possibile. Nella sua forma di gran lunga prevalente, l'Atrofia muscolare spinale è una malattia autosomica recessiva, ovvero si manifesta solo se entrambi i genitori sono portatori del gene responsabile della malattia. Perchè il nascituro sia affetto da SMA è necessario che riceva il gene da entrambi i genitori. Nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori, la probabilità che il gene venga trasmesso da entrambi al nascituro rendendolo affetto da SMA è del 25%, cioè un caso su quattro.

domenica 27 febbraio 2011

STUDIO Cnr DI PALERMO: LO SMOG INCIDE PER IL 40% NELLE MALATTIE RESPIRATORIE


L'inquinamento da traffico, dopo il fumo domestico, e' tra i principali fattori di rischio ambientale, che incide fino al 41% nelle patologie respiratorie a Palermo. Lo rivela un'indagine dell'Istituto di biomedicina e immunologia del Consiglio nazionale delle ricerche di Palermo(Ibim-Cnr). 'Quasi un ragazzo palermitano su 4 soffre di rinite allergica e congiuntivite e oltre un terzo di allergie - si legge in una nota del Cnr -. 56 su 100 dichiarano di essere esposti al fumo domestico.

IL CANE AMA L'UOMO, IL GATTO LA DONNA




Se il cane e' il miglior amico dell'uomo, il gatto sembra essere quello della donna. Lo afferma una ricerca pubblicata dalla rivista Behavioural Processes, secondo cui non solo il felino preferisce avere interazioni con la padrona, ma riesce anche a manipolarla, usando tecniche simili a quelle che userebbe un neonato con la propria mamma.Lo studio dell'universita' di Vienna ha analizzato il comportamento di 41 gatti, studiando le interazioni con i padroni. Le osservazioni sottoposte a statistica.

sabato 26 febbraio 2011

CERVELLI IN FUGA. IL 73% NON VUOLE TORNARE IN ITALIA


Emerge da uno studio dell'Università di Catania. Per chi è rimasto solo il 14% ritiene di vivere in un ambiente lavorativo con una alta percezione del benessere organizzativo, a fronte del 90% registrato all'estero


 Il 73% dei ricercatori italiani all'estero di età compresa fra i 25 e i 40 anni non ha alcuna intenzione di ritornare in Italia. Il 27% rientrerebbe soltanto a determinate condizioni: ricongiunzione della carriera acquisita all'estero, maggiori redditi, migliore gestione delle risorse per la ricerca, maggiori rapporti tra università e impresa.
E' quanto emerge da una ricerca, condotta su un campione di 955 persone, presentata al convegno 'Academic brain drain: due facce della stessa medaglia' organizzato all'università di Catania da 13 Lions clubs del distretto 108YB Sicilia. "L'obiettivo di questa ricerca - ha spiegato il prof. Benedetto Torrisi, ricercatore in Statistica economica - è quello di aprire una finestra di informazione su una tematica attuale e di particolare interesse per la Nazione attraverso le relazioni e le testimonianze di addetti ai lavori". Il 90% dei 'cervelli italiani in fuga' ritiene "non meritocratico" l'accesso ai finanziamenti per la ricerca in Italia. Il 95,7% dei ricercatori che lascia l'Italia lo fa per opportunità di lavoro, le politiche a supporto della ricerca dei Paesi ospitanti e le prospettive di carriera.
Su un campione di 3.575 soggetti impegnati in attività di ricerca in Italia, sia strutturati che precari, invece è emerso che la maggiore propensione a emigrare è legata alle fasce basse di età (40% per la classe di età tra i 25 e i 30 anni). Tra i motivi che scoraggiano l'emigrazione c'é l'attaccamento alla famiglia per l'80% degli intervistati. Ciò che li incoraggerebbe ad andar via, per l'83%, è la maggiore valorizzazione delle proprie competenze, e per il 42% la burocrazia italiana. Solo il 14% ritiene di vivere in un ambiente lavorativo con una alta percezione del benessere organizzativo, a fronte del 90% registrato all'estero.

ANALISI DEL SANGUE VIA SMARTPHONE PRONTE IN 30 MINUTI


Epatite B, Hiv, malattie cardiovascolari e persino l’influenza H1N1. Una nuova tecnologia super-veloce per le analisi del sangue è alle porte: l’hanno sviluppata gli ingegneri dell’Università del Rhode Island, negli Usa. Bastano una puntura di spillo, una goccia di sangue, un sensore miniaturizzato e un lettore grande quanto una scatola di scarpe per avere in meno di 30 minuti i risultati. Costo: non più di 1,50 dollari a test, pari a poco più di un euro. L‘idea è diffonderlo negli ambulatori, ma anche nelle farmacie e addirittura a casa per esami fai-da-te. “Non servono più lunghe attese e giorni interi per avere i referti - spiega Mohammad Faghri, uno degli ideatori -, sarà sufficiente passeggiare nell’anticamera del medico per poche decine di minuti”. I ricercatori sperano di allargare il numero delle analisi possibili: c’è già quello per la proteina C-reattiva, indicatore di infezioni e malattie cardiovascolari in corso, e presto arriverà l’esame per la beta-amiloide, proteina ritenuta colpevole dell’Alzheimer.
La tecnologia è smart e si compone di una cartuccia fatta di polimeri - più piccola di una carta di credito - così flessibile da essere suddivisa in micro-canali di appena 500 micron. È qui che il piccolo campione di sangue scorre e incontra i reagenti per le diverse tipologie di malattia. L’apparecchio costa in tutto 3.200 dollari, mentre irrisorio è il prezzo di ogni ricambio per i test. Il futuro? Una scatola che si collega o integra con lo smartphone: utilizza la potenza di calcolo del cellulare e può trasmettere in tempo reale i dati al medico curante, senza bisogno di code, liste d’attesa e tempi morti.

DIETA ANTI ALZHEIMER: AL PRIMO POSTO C'E' IL PESCE


Una dieta a basso contenuto di colesterolo e ricca di Omega 3 è una barriera efficace contro l’Alzheimer. In particolare contro un gene, ApoE4, che sembra essere un fattore di rischio genetico per la malattia. È quanto stanno studiando i ricercatori israeliani dell’Università di Tel Aviv. Il quadro genetico è abbastanza complesso: esistono due varianti genetiche che controllano la molecola apolipoproteina E, componente essenziale delle lipoproteine che consentono il trasporto del colesterolo nel sangue. Ma se ilgene Apoe è “buono”, il suo gemello “ApoE4“ sembra essere responsabile di un difetto metabolico che coopera all’insorgenza dell’Alzheimer. I ricercatori guidati da Daniel Michaelson hanno scoperto che la variante “negativa” appare nel 50% dei pazienti colpiti dalla malattia neurodegenerativa e di norma nel 15% della popolazione generale. La buona notizia, che sarà presentata durante una conferenza internazionale a Barcellona, è che una dieta con molti acidi grassi omega 3, derivati essenzialmente dal pesce, riesce a contrastare nei topi i segni dell’invecchiamento cerebrale.
Tra le altre caratteristiche del gene ApoE4 c’è anche quella di rendere chi lo possiede più vulnerabile allo stress. È già noto che ricevere stimoli intellettivi protegge il cervello, ma per Michaelson anche “le condizioni che sono generalmente considerate buone possono essere dannose". Gli esperimenti sui topi confermano che questo accade quando l’animale è portatore del gene apoE4. “Applicando questo dato per la popolazione umana, gli individui con il gene apoE4 sono più suscettibili allo stress causato da un ambiente che stimoli il loro cervello”, conclude il ricercatore.

ARRIVA LA CARAMELLA DELL'AMORE

Arriva la caramella dell'amore. Dopo il Viagra e le altre pillole, la cura della disfunzione erettile diventa piu' discreta: non piu' imbarazzanti pillole spesso difficili e fastidiose da ingoiare, ma caramelle da sciogliere in bocca. 'Il loro arrivo e' previsto in maggio', ha detto Andrea Lenzi, dell'universita' di Roma La Sapienza. La caramella dell'amore si basa sulla molecola vardenafil, stesso principio attivo alla base di una delle pillole attualmente in commercio.

venerdì 25 febbraio 2011

TEST DI AMMISSIONE: CAMBIA TUTTO DAL 2011


 LA Gelmini ha promesso modifiche al sistema di accesso dei test di ammissione. La Gelmini ha auspicato che i test possano valere per più atenei, aumentando in questo modo le possibilità dei candidati più preparati ed eliminando alcune distorsioni ed ingiustizie segnalate anche da Unievrsinet.it in più sedi ed occasioni.
 Il ministro ha detto: «Concordo sul fatto che i test di cultura generale, in quanto tali, siano scarsamente adeguati al tipo di selezione di cui abbiamo bisogno. Serve più qualità e trasparenza e una valutazione effettiva dell'idoneità oltre che della competenza dello studente. Credo sia urgente sostituirli in tutto o in parte con quesiti di natura logico-deduttiva che premino soprattutto le capacità di analisi e ragionamento dei candidati».

Il ministro ha anche sottolineato che la capienza dei vari corsi nelle diverse sedi deve sempre essere rapportata alle strutture e ai docenti disponibili, fermo restando che il sistema universitario deve essere in grado di far fronte alla totalità della richiesta. «Solo in questo modo - ha detto - possiamo garantire che lo studente abbia di fronte un percorso universitario davvero di qualità. Una causa non indifferente dell'alto numero di abbandoni che ancora caratterizza il nostro sistema è l'inadeguatezza della sede rispetto al numero degli studenti che la frequentano».

Contraria all'abolizione dei test, il ministro Gelmini ha avviato da tempo un confronto con i presidi, il Cun e il Consiglio nazionale degli studenti. L'Unione degli universitari ha sempre criticato i test di accesso ritenendoli una «selezione a priori del diritto allo studio», mentre la Cgil ha proposto, almeno per Medicina, un'unica graduatoria nazionale e test con domande attinenti alla preparazione scientifica necessaria, il ministro ha richiesto una valutazione sulla la fattibilità, già da quest'anno, di graduatorie che comprendano, di norma su base regionale, almeno due o tre sedi. Il problema, infatti, è che ciascun candidato compete per una sola sede e può quindi risultare escluso da tutto il sistema anche se, magari, con il punteggio ottenuto avrebbe potuto guadagnare una buona posizione nella graduatoria di un altro ateneo.

Test uguali per Medicina ed Odontoiatria
Si starebbe anche valutando la possibilità di far valere lo stesso test per l'accesso al corso di laurea sia in medicina sia in odontoiatria.
Alleggerimento, nei test, del peso delle domande di cultura generale
Si pensa di ridimensionare le domande di cultura gnerale(soprattutto per l'accesso alle facoltà di medicina probabilmente già dal prossimo anno.

LO YOGA E LA SCIENZA PROPONGONO UN NUOVO SEMPLICE MODO PER PERDERE PESO: MASTICARE

Nell’immaginario collettivo masticare è parte di un’equazione che riguarda l’introdurre cibo, e quindi anche calorie, nel nostro corpo. Perciò suona davvero strano impostare una formula nuova grazie alla quale masticare venga immediatamente assocciato al concetto di perdere peso. Non è fantascienza ma realtà, parola dell’Università dello stato della Luisiana, che ha scoperto che i chewing gum sugar free evitano di pensare al cibo, ma anche di alcuni ricercatori giapponesi, secondo i quali la masticazione prolungata aiuta a prevenire e a contrastare l’obesità.
Ma la scienza non è l’unica ad essersi occupata dell’effetto che l’attività di denti e mandibole ha sul nostro peso. Infatti l’importanza del comportamento che si tiene durante i pasti ha radici ben più antiche come dimostra la filosofia dello yoga dell’alimentazione per la quale è fondamentale assaporare il cibo sminuzzandolo con lentezza in modo da avere il giusto tempo per gustare ciò che si ha in bocca. In questo modo il nostro corpo, concentrato più sulla qualità che sulla quantità, giungerà ad una perfetta autoregolamentazione del senso di sazietà.

 

TRAFFICO E INQUINAMENTO AUMENTANO IL RISCHIO DI INFARTO

La cocaina è la prima causa di attacchi cardiaci ma lo smog "vanta" la maggiore fetta di popolazione esposta

L'aria inquinata e l'esposizione al traffico favoriscono attacchi cardiaci con un forte aumento di rischio per la popolazione. La proporzione di infarti causati dall'inquinamento è molto simile a quella di altri noti fattori di rischio come lo sforzo fisico, il caffè, l'alcol, le droghe. Lo dimostra una ricerca epidemiologica pubblicata sulla rivista Lancet, frutto della disamina di 36 studi sui diversi fattori di rischio per l'infarto e il peso che ciascuno ha sul singolo e a livello di popolazione. Lo studio è stato condotto da Tim Nawrot, dell'università Cattolica di Lovanio in Belgio. Gli esperti hanno stimato il rischio sia a livello individuale sia di popolazione, usando come parametro la "frazione di popolazione attribuibile" (population-attributable fraction - PAF), cioè la frazione, sul totale degli infarti, attribuibile a una data causa.
I FATTORI - Se a livello individuale l'inquinamento dell'aria aumenta di appena il 5% il rischio di infarto (mentre per esempio la cocaina lo aumenta di 23 volte, il caffè di una volta e mezzo, l'alcol di 3 volte), a livello di popolazione (poiché siamo tutti esposti all'inquinamento atmosferico, mentre solo pochi sono esposte alla cocaina), l'inquinamento finisce per causare molti più infarti della droga. Il PAF infatti mette al primo posto come causa di infarti l'esposizione al traffico (+7,4%), seguita dallo sforzo fisico (6,2%), poi l'alcol (5%), il caffè (5%), l'inquinamento atmosferico (4,8%), le emozioni negative (3,9%), la rabbia (3,1%), i pasti pesanti (2,7%), le emozioni positive (2,4%), il sesso (2,2%), l'uso di cocaina (0,9%), l'uso di marijuana (0,8%) le infezioni respiratorie (0,6%). «Dei fattori studiati, la cocaina è quella che è maggiormente in grado di provocare un infarto, ma il traffico vanta la maggiore fetta di popolazione esposta. La Paf, in sintesi, ci dà una misura di quanto gli infarti potrebbero essere evitati se quel fattore di rischio non fosse più presente» spiegano gli esperti.

OMEGA3 PROTEGGONO RETINA: OCCHI DIFESI DALLA MACULOPATIA

Scovate alte concentrazioni di omega3 nella retina dell'occhio: la scoperta, effettuata da un gruppo di ricercatori del Wilmer Eye Institute della Johns Hopkins School of Medicine (Usa), mette in evidenza che questo tipo di acidi grassi essenziali può ricoprire un ruolo importante per la salute degli occhi, proteggendo la retina dalla degenerazione.
Lo studio, durato un anno, si è basato sulla raccolta di informazioni sui prodotti alimentari, compresi pesci e frutti di mare, consumati da 2.391 partecipanti di età compresa tra 65 e 84 anni, tutti residenti da lungo tempo sulla costa orientale del Maryland. I soggetti sono poi stati sottoposti a una visita specifica per la degenerazione maculare legata all'età (DMLE o AMD nella letteratura scientifica anglofona), patologia che colpisce la zona centrale della retina, detta macula: dai dati è emerso che 227 anziani presentavano uno stadio iniziale della patologia, 153 si trovavano in una fase intermedia e 68 manifestavano la malattia allo stadio avanzato, con presenza di neovascolarizzazioni (crescita abnorme dei vasi e sanguinamento) o “atropia geografica della zona maculare della retina dell'occhio”, entrambe condizioni in grado di provocare, se non cecità, deficit visivi gravi.
"Mentre la maggior parte dei partecipanti consumava in media almeno una porzione di pesce o frutti di mare alla settimana, i soggetti che avevano una degenerazione maculare allo stadio avanzato erano significativamente i meno propensi al consumo di prodotti ittici", spiega Sheila West, a capo del team di ricercatori. "Il nostro studio conferma i risultati di studi precedenti, ovvero che mangiare pesce ricco di omega3 e frutti di mare, oppure introdurre gli acidi grassi attraverso integratori alimentari, può proteggere contro la forma avanzata di degenerazione maculare".

FARMACI, ESSERE SCETTICI NE INFLUENZA L'EFFICACIA

Chi usa da troppo tempo un farmaco e non crede più nella sua efficacia potrebbe anche finire per influenzarne l’efficacia, riducendola. Che la mente sia in grado di influenzare il potere curativo delle medicine è dimostrato uno studio britannico su 22 pazienti che ha testato l’influenza degli stati emotivi sull’azione degli antidolorofici, secondo cui i benefici potrebbero essere potenziati o completamente annullati. I ricercatori hanno indotto uno stimolo doloroso - calore a una gamba - ai volontari, mentre veniva loro somministrato di nascosto un analgesico via flebo. 
In una prima fase dovevano giudicare l’entità del dolore su una scala da 1 a 100. La valutazione iniziale era 66, ma non appena veniva loro somministrato il farmaco - senza avvertirli - la valutazione scendeva a 55. Ma la sorpresa è arrivata più tardi: se veniva loro rivelato di essere sotto effetto degli antidolorifici la valutazione del dolore scendeva di colpo a 39. In un secondo momento, se veniva comunicato di aver fermato la somministrazione - che in realtà continuava - il punteggio saliva nuovamente a 64. “È fenomenale. Abbiamo usato uno dei migliori antidolorifici disponibili - spiega la ricercatrice Irene Tracey della Oxford University - e l’influenza del cervello può sia incrementare il suo effetto che annullarlo”.
 I ricercatori sono andati oltre, identificando le diverse aree del cervello che elaborano le informazioni legate alle emozioni e alla percezione del dolore. L'aspettativa che la cura abbia successo è stata associata con l’attività delle aree cerebrali cingolo-frontale e sottocorticale, mentre l'aspettativa negativa ha portato a una maggiore attività nell'ippocampo e nella corteccia frontale mediale. Lo studio è stato condotto su pazienti sani, ma i ricercatori fanno notare che se i pazienti con malattie croniche hanno maturato nel tempo una forte perplessità sull’efficacia del farmaco questo può pregiudicare la terapia.

giovedì 24 febbraio 2011

NUOVO TEST PER LA DIAGNOSI PRECOCE DEL CANCRO AL POLMONE

Un nuovo esame diagnostico per scoprire la presenza di forme aggressive di tumore polmonare anche due anni prima della Tac spirale, attualmente il più avanzato degli strumenti a disposizione dei medici. A realizzarlo un’equipe di ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (Int) guidati da Gabriella Sozzi e Ugo Pastorino, in collaborazione con la Ohio State University di Colombus (Stati Uniti). Gli studiosi ne hanno già avviato il processo di brevettazione, ma precisano che «si tratta ancora di un metodo utilizzabile in laboratorio e che saranno necessari almeno altri due anni perché sia disponibile come strumento di diagnosi per i pazienti».
UN SEMPLICE ESAME DEL SANGUE - Il test si basa sull’analisi dei microRNA, piccole molecole in circolo nel sangue che, come "interruttori", accendono e spengono i nostri geni. Tramite un semplice prelievo di sangue, l’esame permette di diagnosticare con grande anticipo la presenza di un carcinoma polmonare e di sapere se è destinato a restare latente, se è una forma con prognosi buona o se la malattia si svilupperà in modo aggressivo. Grazie all’analisi di campioni di sangue raccolti da oltre seimila forti fumatori, monitorati nell’arco di cinque anni, i ricercatori hanno dimostrato che tutti coloro che nel corso del periodo hanno sviluppato il tumore del polmone hanno valori alterati di particolari microRNA. Alterazioni che sono visibili già prima che la Tac spirale sia in grado di rilevare qualsiasi indizio di tumore. «Si tratta di un metodo meno invasivo di una Tac per i pazienti, e rapido ed economico in termini di spesa sanitaria» fanno notare dall’Int.
LO STUDIO - «L’efficacia dello screening con Tac spirale per i forti fumatori è oggetto di verifica in molti trial clinici - spiegano i ricercatori -. La frequenza di trattamenti non necessari e l’impatto sulla mortalità restano però punti critici in questo test, che rendono evidente la necessità di scoprire dei marcatori in grado di segnalare i casi in cui la neoplasia è più aggressiva». E alcuni specifici microRNA potrebbero essere capaci di predire l’evoluzione della malattia. Per verificarlo i ricercatori hanno monitorato per un periodo di cinque anni due gruppi di soggetti, rispettivamente di mille e 5mila individui ritenuti a rischio perché forti fumatori. Sul campione era già in corso un programma per la diagnosi precoce del tumore del polmone con Tac spirale e sono stati prelevati anche campioni di sangue per l’analisi di laboratorio e l’individuazione dei microRNA. Nel corso del periodo di sorveglianza, nei due gruppi sono stati diagnosticati con Tac spirale rispettivamente 38 e 53 casi di cancro al polmone, alcuni con una buona prognosi e sopravvivenza pari al cento per cento, altri più aggressivi (diagnosticati negli anni più tardivi dello screening) a prognosi molto sfavorevole. Tutti i pazienti presentavano livelli alterati dei microRNA già individuati dai ricercatori dell’Int come possibili marker predittivi. E, ciò che più importa, i valori alterati di queste molecole nel sangue erano già presenti due anni prima che la patologia fosse diagnosticata attraverso la Tac spirale. Non solo, i livelli di microRNA erano in grado anche di individuare le persone che avrebbero sviluppato le forme di cancro più aggressive.



DALLA "CURCUMA" UN RIMEDIO POST-ICTUS: RIGENERA I NEURONI

Terapia per contrastare gli effetti dell'ictus a base di curcuma: la spezia, utilizzata a lungo dalla medicina ayurvedica indiana e comunemente in uso nella cucina nostrana, e già conosciuta per le sue proprietà anti-cancerogene, sarebbe infatti in grado di aiutare l'organismo a riparare i danni al tessuto cerebrale causati dall'ictus. A scoprirlo i ricercatori del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, negli Usa, guidati da Paul Lapchak: il potere benefico della spezia dipenderebbe dalla curcumina, il suo principale componente. Dopo aver ottenuto risultati promettenti sui conigli, gli studiosi stanno ora pianificando nuovi studi per capire gli effetti che la stessa sostanza sortisce sugli uomini.

I ricercatori statunitensi, hanno modificato la struttura molecolare della curcuma per permetterle di oltrepassare la barriera ematoencefalica - il cui ruolo è quello di proteggere il tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue: i ricercatori hanno notato che il composto 'ingegnerizzato' è così in grado di riparare quattro percorsi di segnalazione noti per accelerare, negli istanti successivi all'ictus, la morte delle cellule cerebrali. Lapchak spiega che il farmaco ingegnerizzato "sembra avere effetti su molti meccanismi critici" che permettono alle cellule di sopravvivere dopo l'ictus.

CULTURA E ISTRUZIONE MANTENGONO IL CERVELLO PIU' GIOVANE A LUNGO

Cultura, scuola e libri: un mix che allontana l’invecchiamento cerebrale e tiene lontane malattie degenerative come l’Alzheimer. La chiave è nell’ippocampo, regione cerebrale collegata a memoria e apprendimento. A dirlo uno studio della Fondazione Santa Lucia di Roma. Per l’indagine condotta da Fabrizio Piras e coordinata da Gianfranco Spalletta, sono stati reclutati 150 soggetti sani di età compresa tra i 18 e i 65 anni sottoposti ad un innovativa tecnologia di risonanza magnetica che permette la misurazione delle variazioni strutturali dei tessuti cerebrali.
“Per la prima volta siamo riusciti a determinare il luogo all'interno del cervello in cui una più ricca attività mentale avvia dei meccanismi protettivi nei confronti della neurodegenerazione”, spiega Spalletta. Uno dei parametri è la “mean diffusivity”, una misura del movimento delle molecole d'acqua all'interno del cervello che può essere considerata un indice qualitativo della struttura cerebrale. Dai risultati è emersa una correlazione tra questo parametro e gli anni di istruzione scolastica. Le persone con un alto livello di studio hanno anche mostrato una maggiore compattezza strutturale nell'ippocampo.

DALLO ZINCO UNA MANO PER IL RAFFREDDORE

Gli integratori minerali a base di zinco sono stati promossi dalla Cochrane Library come rimedio al malanno di stagione più odiato. Una revisione di 15 studi dedicati alle terapie antiraffreddamento, che hanno coinvolto 1.360 persone, ha permesso di stabilire che lo zinco - in pastiglie, sciroppo o compresse - assunto entro un giorno dalla comparsa dei sintomi ne riduce intensità e durata. A sette giorni dai primi starnuti, le guarigioni complete hanno interessato per la maggior parte pazienti che avevano assunto gli integratori rispetto a chi non l’aveva fatto. E ancora, i bambini che avevano assunto zinco per cinque o più mesi erano più immuni dal raffreddore in confronto agli altri compagni di scuola. Chiamarlo “banale” non è sempre opportuno: basti pensare che bel il 40% delle assenze di lavoro e la maggior parte di quelle scolastiche - calcolate in milioni di ore - sono dovute alla costipazione dovuta al raffreddore.
La panacea contro il raffreddore non esiste. La vitamina C, ad esempio, viene indicata spesso come il rimedio più efficace, ma altrettanto spesso vengono pubblicati studi che smentiscono questa convinzione. L'idea che lo zinco potrebbe essere efficace contro il raffreddore non è recente: a lanciarla fu uno studio del 1984 secondo cui lo zinco avrebbero aiutato a ridurre la durata dei sintomi. La prima revisione sistematica di Cochrane è del 1999. L’ultima in ordine di tempo secondo Meenu Singh dell’Institute of Medical Education e Research di Chandigarh, in India, “rafforza gli elementi di prova a favore dello zinco come trattamento per il raffreddore comune. Tuttavia al momento è ancora difficile stabilire una raccomandazione per tutti - conclude il ricercatori - perché non sappiamo molto circa la dose ottimale, la formulazione o la durata del trattamento".

CANCRO AL SENO: BLOCCARE L'ENZIMA "LOXL2" PER INIBIRE LA METASTASI

Inibire la diffusione delle metastasi dal cancro al seno bloccando la funzione di un enzima: è quanto sono riusciti a fare i ricercatori del britannico Institute of Cancer Research in uno studio pubblicato su Cancer Research, da cui emerge che bloccare l'azione dell'enzima LOXL2 impedisce la diffusione delle metastasi.

Gli autori dello studio spiegano che il 90% delle morti per cancro è dovuta alle metastasi che provocano la migrazione del tumore in altri tessuti dell'organismo rispetto dal tessuto originario: dallo studio condotto sui topi i ricercatori hanno messo in evidenza che alti livelli dell'enzima LOXL2 sono collegati a una maggiore diffusione del cancro e a tassi di sopravvivenza inferiori. LOXL2, inoltre, è importante nelle fasi iniziali di diffusione del cancro, perché aiuta le cellule cancerose a migrare dal tessuto originario al flusso sanguigno. "LOXL2 è un bersaglio farmacologico fantastico -  spiega Janine Erler - ed è altamente probabile che possa essere utilizzato in un contesto clinico".

mercoledì 23 febbraio 2011

DALLA STAMPANTE PELLE NUOVA PER LE VITTIME DI GRAVI USTIONI

I laser 3D integrati rilevano l'estensione e la profondità della parte da riparare e creano un pezzo corrispondente

La stampante inventata degli scienziati americaniQuello che sembra uscito da Robocop o Terminator, è invece una realtà quotidiana presentata ora dagli scienziati dell'Università di medicina "Wake Forest" della Carolina del Nord. I ricercatori americani hanno sviluppato un dispositivo che funziona come una comune stampante a inchiostro: invece di trasferire su carta i dati forniti da un computer, produce pezzi di pelle. I ricercatori statunitensi hanno spiegato che curare una ferita o un'ustione potrebbe non essere più così difficile in futuro: «Si potrà "stampare" la pelle nuova sulla ferita lasciandola cicatrizzare rapidamente». Infatti: soprattutto le vittime di ustioni potranno trarre beneficio da questa nuova tecnologia, ha spiegato James Yoo nel corso del congresso AAAS (American association for the advancement of science), l'associazione americana per l'avanzamento delle scienze che si è riunita a Washington.
LASER 3D - Il sistema, denominato "bioprinting", è del tutto simile a una stampante: dei laser 3D integrati rilevano dapprima l'estensione e la profondità della parte da riparare e successivamente creano un pezzo di pelle tridimensionale del tutto corrispondente che verrà poi "stampato", in una combinazione tra cellule della pelle, collagene e coagulante, direttamente sulla ferita. Anche se la ferita deve in ogni caso cicatrizzarsi, il processo di guarigione è reso molto più veloce, ha sottolineato Yoo nella sua relazione. «Questo metodo è stato testato sui topi e sui maiali e ha dimostrato di riuscire a favorire il processo di cicatrizzazione delle ustioni in un paio di settimane». Finora i ricercatori sono stati in grado di stampare pezzi di pelle della dimensione di dieci per dieci centimetri, riferisce la rivista Science Now. La ricerca di James Yoo e del suo gruppo di lavoro è stata sponsorizzata anche dall'esercito degli Stati Uniti. Il 30 per cento delle ferite dei soldati nei combattimenti sono ustioni, ha aggiunto Yoo. Che ha sottolineato: «La "stampante di pelle" è abbastanza flessibile e di facile utilizzo per curare le ferite direttamente sul campo di battaglia e negli ospedali militari».

LA FRUTTA CHE FARA' STARNUTIRE

(RonchiPollini e cibi: sono molte le persone che «reagiscono male» ad entrambi. Con bruciore in bocca e starnuti

Un mese e sarà primavera. Periodo nero per chi soffre della "sindrome orale allergica", che riguarda oltre la metà di tutti gli allergici ai cibi: un'allergia "doppia" a frutta e verdura e ad alcuni pollini che regala bruciore sulla lingua, gonfiori alle labbra starnuti, lacrime. Chi soffre di questa sindrome non può mangiare alcuni tipi di frutta e verdura (come pesche, noci o pomodori) e ha dei problemi all'aria aperta, se nelle vicinanze ci sono alberi di betulla, graminacee o composite come artemisia e ambrosia. Secondo i dati presentati, nei giorni scorsi, a Venezia, durante il Food Allergy and Anaphylaxis Meeting dell'European Academy of Allergy and Clinical Immunology, gli italiani doppiamente allergici sono circa un milione e otto milioni e mezzo gli europei.
Se sei allergico a...
LISTA DEI CIBI - «L'allergia combinata a vegetali e pollini è dovuta a una reazione "crociata": alcune proteine degli allergeni presenti negli alberi e nelle erbe allergizzanti sono infatti comuni ad alcune specie vegetali commestibili. Purtroppo la lista dei cibi che danno reazioni crociate con i pollini si sta allungando sempre di più e ora include anche diversi frutti tropicali - spiega Maria Antonella Muraro, presidente del congresso e responsabile del Centro per lo studio e la cura delle allergie e delle intolleranze alimentari dell'Università di Padova -. Il periodo peggiore per questi pazienti è la primavera, quando i sintomi delle pollinosi sono più accentuati: in chi ha la sindrome orale allergica le reazioni ai cibi di solito sono lievi, ma se si aggiungono starnuti e lacrime dovute ai pollini il disagio non è da poco». È curioso scoprire che ogni Paese europeo fa storia a sé: nei Paesi anglosassoni un allergico ai pollini su tre non tollera noci, nocciole o arachidi, nel resto d'Europa invece sono i prodotti freschi e creare parecchi problemi. Pesche e albicocche sono i frutti meno tollerati da italiani e spagnoli, i tedeschi e i francesi hanno più fastidi dalle mele, sedano e finocchi provocano allergie soprattutto agli olandesi e agli svizzeri.
DIFFERENZE - «Questa diversità dipende dall'esposizione delle varie popolazioni a pollini di tipo differenti, dalle varie abitudini alimentari e dal profilo degli allergeni in frutta e verdura di provenienza differente - chiarisce Muraro -. Nel Nord Europa, inoltre, l'allergia ai cibi è spesso secondaria a quella ai pollini e i sintomi si limitano quasi sempre a prurito o bruciore mentre si mangia il frutto; nell'Europa mediterranea invece molti si sensibilizzano direttamente a proteine della frutta a cui poi si associa o meno la pollinosi. I sintomi in alcuni casi possono essere più gravi quando si consuma il vegetale "incriminato", dal gonfiore del cavo orale si può arrivare alla difficoltà respiratoria e allo choc anafilattico». Gli studi presentati a Venezia mettono in guardia le donne: il 60 per cento delle allergie alimentari riguarda il sesso femminile. «Questo probabilmente accade perché gli estrogeni favoriscono la vulnerabilità alle malattie che coinvolgono il sistema immunitario» commenta l'allergologa.

TABACCO KILLER: UCCIDE UNA PERSONA OGNI 6 SECONDI

L'uso del tabacco uccide circa 5,4 milioni di persone all'anno, in media una ogni sei secondi, e nel 20° secolo sono stati causati dal tabacco 100 milioni di morti. Sono le cifre rilevate da uno studio realizzato da Citigroup, multinazionale leader nel settore dei servizi finanziari, sulla base dei dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e della Tobacco Manufacturers Association britannica e riportate dall'edizione online del quotidiano Telegraph, da cui emerge che, inoltre, i fumatori in tutto il mondo sono più di un miliardo, le sigarette fumate annualmente arrivano a 5.500 miliardi e se non si chiuderà al più presto con il vizio i morti a causa del tabacco nel 21° secolo arriveranno a un miliardo, decuplicando i numeri del secolo appena concluso.
Dallo studio emerge che il prezzo medio nazionale di un pacchetto di Marlboro da 20 sigarette è di 6,42 sterline nel Regno Unito, di 5,63 dollari negli Stati Uniti, di 4,95 euro in Germania, di 440 yen in Giappone, di 4,60 euro in Italia. Attualmente, riporta il Telegraph, i produttori di sigarette negli Usa guadagnano di più vendendo sigarette agli altri Paesi di quanto non facciano vendendo ai loro stessi stati confederati.
Non solo cattive notizie, però: nel Regno Unito l'uso di sigarette ha raggiunto il picco nel 1974, e da allora i dati sono in calo. Negli Stati Uniti il "consumo" delle bionde ha raggiunto il picco sette anni più tardi, nel 1981: e anche per gli Usa, da allora, i dati sono in diminuzione.

RIPETERE A VOCE ALTE E' MEGLIO CHE FARE SCHEMINI: SI MEMORIZZA DI PIU'

I ricercatori di West Lafayette hanno esaminato le strategie di memorizzazione di 200 studenti alle prese con materie scientifiche diverse, divisi in due gruppi. Un primo gruppo è stato impegnato a studiare attraverso la creazione di mappe concettuali - diagrammi che illustrano i complicati collegamenti tra le varie parti dell’argomento oggetto di studio, ritenute il metodo di studio più efficace dalla maggior parte dei partecipanti all’esperimento -, mentre il secondo gruppo doveva leggere gli argomenti assegnati e poi ripeterli per memorizzarli. Dopo una settimana i ragazzi sono stati interrogati dai ricercatori: ed è emerso che coloro che avevano ripetuto avevano percentuali di miglioramento fino al 50% in quanto a memorizzazione rispetto al gruppo che aveva studiato con le mappe concettuali. "Continuiamo a dimostrare che la pratica basata sul rimandare i concetti a mente è uno strumento robusto per l'apprendimento - conclude Karpicke -. La nostra nuova ricerca mostra anche che questo metodo è più efficace che impegnarsi in complessi metodi di memorizzazione.

TENERE IL PC SULLE GAMBE METTE A RISCHIO LA FERTILITA'

Tenere per oltre un'ora il computer portatile sulle ginocchia potrebbe mettere a rischio la fertilita' negli uomini: emerge dalla prima ricerca che ha controllato costantemente le variazioni nella temperatura dei testicoli. Lo studio, condotto dall'universita' di Padova, ha usato un chip grande come una monetina collegato con un cavetto a dei sensori sull'addome, per misurare la temperatura 24 ore su 24, e ha riscontrato che 'tenere per un'ora il pc sulle gambe porta ad un aumento di 2 gradi'.

TUMORI, ENZIMA BLOCCA LA METASTASI

Studio su topi, 'loxl2' evita diffusione cancro ad altri organi

Il suo meccanismo puo' dare una svolta importante ai farmaci contro il cancro, rendendoli molto piu' efficaci di quelli attuali. Si tratta dell'enzima, noto come Lox12: bloccandolo, alcuni scienziati dell'Istituto britannico per la ricerca sul cancro sono riusciti a fermare nei topi le metastasi da un tumore al seno ad altri organi. Un risultato che, come spiega lo studio pubblicato sulla rivista 'Cancer research', potra' presto essere usato a livello clinico.

martedì 22 febbraio 2011

ALLARME PARAFARMACIE: IN 5000 RISCHIANO IL POSTO

Cinquemila farmacisti che in questi anni hanno trovato lavoro grazie a questa esperienza rischiano di ritrovarsi senza un'occupazione. Lo sostiene Lino Busa', responsabile della Federbiomedica, che ha al suo interno anche l'Associazione nazionale delle parafarmacie Anpi-Confesercenti.
Sotto accusa l'emendamento Pdl al Milleproroghe, decreto all'esame oggi del Senato, che prevede la sospensione delle aperture delle parafarmacie. Ma questo, sostiene Busa', e' solo uno degli ultimi atti ''Fin dall'inizio questo governo - lamenta - ha cercato di cancellare l'esperienza delle parafarmacie, c'e' stata un'ostilita' e noi siamo fortemente preoccupati''. Una questione su cui nei giorni scorsi e' intervenuta anche l'Antitrust, in una segnalazione a Governo e Parlamento. La stretta sulle parafarmacie, secondo l'Autorita', ''si traduce nella protezione di reddito delle farmacie gia' presenti, il cui numero in larga parte dei comuni italiani, e' peraltro inadeguato a soddisfare le esigenze dei cittadini''.
Eppure il bilancio e' stato positivo, commenta ancora Busa'. ''Basta guardare ai numeri - sostiene -: 3.400 sono le autorizzazioni richieste al ministero della Sanita', che rappresenta il primo passo per aprire poi una parafarmacia. Quelli che esercitano sono 3.200, di cui il 30% sono corner nella grande distribuzione oppure catene in franchising. Il restante 70% sono negozi di vicinato.
Cinquemila farmacisti hanno oggi un'occupazione grazie all'esperienza delle parafarmacie e molti sono giovani che hanno investito nei risparmi di famiglia. Considerando che il mercato per l'accesso alle farmacie e' chiuso, la stragrande maggioranza non trova lavoro o fa il commesso nelle farmacie. Per questo le parafarmacie sono state un'opportunita'.
Il trend di crescita per i cosiddetti negozi di vicinato e' stato di 600/700 attivita' l'anno. Questo malgrado l'insicurezza sul settore''. Busa' tiene anche a sottolineare come tutti i farmacisti di parafarmacie sono laureati in Farmacia e iscritti all'ordine. Complessivamente all'ordine sono iscritti circa 65/68 mila farmacisti: i titolari di farmacie sono solo 15 mila, considerando anche le farmacie comunali. ''Perche' costa milioni comprare una licenza. E poi di solito si tramanda da padre a figlio'', rileva. Busa'. Quanto agli sconti, riferisce ancora, sono stati nell'ordine dell'8,3% sui farmaci da banco e per l'automedicazione. E questo ha fatto si', dice, che anche le farmacie abbassassero i prezzi.

FRUTTA E VERDURA OTTO VOLTE AL GIORNO


Mangiare alimenti vegetali otto volte al giorno abbassa
il rischio di morire per malattie cardiovascolari

(Ansa)Per proteggere il cuore non bastano più le cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura suggerite nel 2003 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ora la richiesta è salita a otto. Secondo quanto pubblicato sull'European Heart Journal chi mangia otto volte al giorno frutta e verdura ha il 22 per cento di probabilità in meno di morire per malattie di cuore e vasi rispetto a chi ne consuma solo tre porzioni nell’arco delle 24 ore.
Lo studio in questione è frutto della collaborazione tra numerosi istituti europei coordinati da Francesca Crowe, ricercatrice presso l’Università di Oxford. In particolare i ricercatori guidati dalla Crowe hanno analizzato dati provenienti dal European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC), un progetto finanziato dalla Comunità Europea che si propone di valutare le relazioni tra dieta, stili di vita, fattori ambientali e l’insorgenza di tumori e altre malattie croniche come quelle cardiovascolari. Le informazioni raccolte dal 1992 al 2000 riguardano abitudini alimentari e condizioni di salute di più di 300mila persone tra i 40 e gli 85 anni provenienti da otto Paesi europei, tra cui l’Italia. Secondo i ricercatori, a ogni porzione in più di frutta e verdura, quantificata in 80 grammi, più o meno una piccola banana o una carota, corrisponderebbero 4 punti percentuali in meno di rischio cardiovascolare.
DIETA O ALTRO? - «Dobbiamo però essere cauti davanti a questi risultati - precisa la Crowe -. Spesso infatti chi ha un’alimentazione sana adotta anche altri salutari stili di vita che potrebbero contribuire, insieme al consumo di frutta e verdura, alla protezione cardiovascolare». D’altra parte è anche vero che chi mangia più cibi di origine vegetale riduce l’apporto calorico della dieta tenendo così lontani i chili di troppo che condurrebbero a sovrappeso e obesità, appurati nemici della salute cardiocircolatoria e non solo. «Se è vero che frutta e verdura hanno un effetto protettivo sul cuore - sostiene in un editoriale di commento allo studio Micheal Marmot, direttore dello University College di Londra -, si potrebbe produrre una pillola coi nutrienti responsabili e non preoccuparsi più della dieta. Ma esperimenti condotti somministrando vitamine antiossidanti non hanno portato a conclusioni chiare e definitive sul loro ruolo nel ridurre l’incidenza di cancro e malattie cardiovascolari». Sembrerebbe dunque che l’effetto benefico sulla salute non risieda tanto nei singoli micronutrienti quanto in qualcosa di più complesso e articolato. L’ALIMENTAZIONE IN ITALIA - Indipendentemente dalle spiegazioni scientifiche il messaggio però appare chiaro: più si mangia sano, con più frutta e verdura, e meglio è. L’Italia a questo proposito sembra essere sulla buona strada. Tra tutti i Paesi coinvolti nell’indagine, è infatti l’unico, insieme alla Spagna, in cui si superano in media le sei porzioni di vegetali nell’arco della giornata. In parte ciò è dovuto alla grande varietà di frutta e ortaggi e alla tradizione culinaria di cui sono dotati i Paesi mediterranei come appunto l’Italia. Non a caso infatti sono proprio gli stati dell’Europa del Nord, meno dotati sotto il profilo della varietà alimentare, a consumare meno frutta e verdura. 

IL CANCRO AL PANCREAS DIROTTA LE CELLULE IMMUNITARIE PER DIFENDERSI

Microscopio-1


Il cancro al pancreas è in grado di condizionare il sistema immunitario in modo che quest’ultimo, invece di contrastare la crescita tumorale, venga attivamente coinvolto nella sua progressione. È quanto emerge da uno studio del San Raffaele di Milano pubblicato oggi sul Journal of Experimental Medicine.

I ricercatori hanno individuato un complesso dialogo che coinvolge le cellule tumorali e cellule presenti nel microambiente tumorale, come le cellule stromali e cellule del sistema immunitario. Il risultato è un’alterazione di quest’ultimo e in particolare dei linfociti T che invece di produrre le citochine efficaci nel combattere il tumore, cominciano a produrre citochine che favoriscono ulteriormente la progressione della malattia (“linfociti deviati”).
La ricerca è stata condotta da una équipe multidisciplinare guidata da Maria Pia Protti e da Lucia De Monte dell’Unità di Immunologia dei Tumori: “Questa ricerca rappresenta un passo in avanti sia nella conoscenza dei meccanismi biologici che rendono il carcinoma del pancreas un tumore particolarmente aggressivo - spiega Protti -, sia nell’identificazione di nuovi target terapeutici che consentiranno di mettere a punto, nei prossimi anni, nuove strategie terapeutiche”. 
Nel corso della ricerca sono state identificate le molecole principalmente coinvolte in questo meccanismo. Per alcune di queste molecole sono già disponibili anticorpi capaci di bloccarne l’attività. È stato inoltre verificata, in una casistica di pazienti sottoposti ad intervento chirurgico, l’esistenza di una correlazione statistica tra la quantità di “linfociti deviati” presenti nel tumore e la sopravvivenza del paziente.
Il carcinoma del pancreas è una malattia molto aggressiva e costituisce la quarta causa di morte per tumore. La chirurgia è ad oggi il trattamento più efficace, ma solo il 15-20% dei pazienti è candidabile all’intervento: in questo caso la sopravvivenza è variabile e rimangono pochi i fattori predittivi della prognosi.

STRESS? LA CAFFEINA AIUTA LE DONNE


Aiuta le donne a lavorare meglio, permettendo loro di eseguire i compiti con più rapidità anche se  in condizioni di stress, mentre ostacola la lucidità degli uomini, mettendo loro ulteriormente i bastoni tra le ruote quando la situazione non è già delle più tranquille: è la caffeina a sortire risultati così distanti tra loro a seconda di chi sia ad assumerla. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Applied Social Psychology dai ricercatori dell'Università di Bristol, infatti, quando gli individui sono sottoposti a forti nervosismi la sostanza può avere effetti opposti sui due generi sessuali.
 Diversi studi hanno appurato, ed è ormai opinione comune, che il caffè sortisce multipli effetti benefici sulla salute: alcuni dei potenziali vantaggi includono la protezione dal diabete, dall' Alzheimer, da danni al fegato e dalla gotta. Noti anche gli effetti della caffeina nel contrasto a stanchezza e sonnolenza, motivo per il quale se ne fa largo uso soprattutto sul posto di lavoro.

I ricercatori di Bristol hanno voluto esaminare cosa fa il caffè all'organismo quando è già sotto stress. Hanno reclutato 64 uomini e donne, dividendoli in coppie dello stesso sesso e affidando loro dei compiti da svolgere e una relazione da compilare e da presentare in pubblico sul lavoro effettuato in coppia. Per accentuare i livelli di stress, poi, hanno somministrato - a insaputa dei partecipanti - ad alcune coppie del caffè normale, mentre ad altre hanno fatto bere del decaffeinato.

Dallo studio è emerso che, mentre le donne che avevano assunto caffeina avevano dimostrato di essere più collaborative di riuscire a risolvere i compiti loro assegnati con 100 secondi di anticipo rispetto alle coppie di donne che avevano bevuto il decaffeinato, al contrario gli uomini "forniti" di caffeina hanno accumulato un ritardo medio di 20 secondi sul completamento del compito rispetto ai loro colleghi che non avevano assunto la sostanza.

Secondo gli esperti questo accade perché uomini e donne reagiscono in modo diverso allo stress: i primi sono inclini a un comportamento che gli psicologi chiamano di 'lotta o fuga', mentre le donne sono più portate a lavorare insieme per risolvere il problema che devono affrontare.

PELLE PIU' COLORITA E ATTRAENTE: IL SEGRETO NELLE CAROTE E NELLE PRUGNE


Carrots1
Pelle più sana, più fresca e con un colorito migliore: in poche parole un volto più attraente grazie a una dieta equilibrata e basata su frutta e verdure fresche. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Evolution and Human Behavior da un gruppo di ricercatori della St Andrews University (Scozia) e dell'Università di Bristol (Regno Unito).
I ricercatori hanno reclutato 40 volontari a cui sono stati mostrati i volti di 51 scozzesi di cui dovevano votare l'attrattività e la salubrità del volto: ed è emerso che la maggioranza dei partecipanti ha valutato i volti con una tonalità di pelle gialla e biscottata non solo più sani, ma anche più attraenti degli altri.
Gli studiosi hanno allora cercato di saperne di più circa la dieta dei soggetti ritratti nelle fotografie, scoprendo che i volti che erano stati giudicati più interessanti e salutari appartenevano a persone abituate a consumare molta frutta e verdura fresca, e soprattutto carote e prugne. Secondo Ian Stephen, uno dei ricercatori, questo studio potrebbe davvero aiutare i medici a convincere le persone a mangiare in modo più sano: un aspetto attraente e salutare, secondo il ricercatore, potrebbe  infatti convincere i giovani a mangiare in modo salutare più della paura di future patologie 

lunedì 21 febbraio 2011

BAMBINI CON LE CONVULSIONI? COSA FARE

È fondamentale analizzare il contesto in cui si verifica la crisi e poi descriverlo al pediatra curante

Convulsioni, una parola che fa paura ai genitori di bambini molto piccoli ma è un fenomeno che può avere caratteristiche molto varie, come spiega nella video intervista a fianco il dottor Massimo Mastrangelo, responsabile dell'unità operativa di Neurologia pediatrica all'ospedale Buzzi di Milano. Nel peggiore dei casi può trattarsi di epilessia, se gli episodi acuti si ripetono (ma la frequenza degli attacchi va da pochi secondi a diversi anni), spesso però le convulsioni sono febbrili, cioè legate alla presenza di febbre alta. In quest'ultimo caso non si tratta di epilessia.

FEBBRE - Le convulsioni febbrili colpiscono il 5% dei bambini e sono legate a una predisposizione genetica. In questi casi è bene usare il paracetamolo per abbassare la febbre, ma senza esagerare (non sono infrequenti i casi di intossicazione dovuti al farmaco): deve essere il pediatra a indicare le dosi da seguire. Le convulsioni febbrili possono verificarsi tra i 6 mesi e i 5 anni; in alcuni casi (5%) le crisi possono ripetersi anche dopo i 5-6 anni proprio a causa della predisposizione genetica.
LA CRISI - In generale le convulsioni sono manifestazioni improvvise di durata variabile (da pochissimi secondi a diversi giorni), con un inizio e una fine bruschi. I fattori scatenanti possono essere di diverso genere. Nel bambino si nota un irrigidimento seguito da scosse generalizzate (o che interessano una parte del corpo), o anche alterazioni del contatto, ovvero la perdita del rapporto con l'interlocutore e con la realtà attorno, anche solo per pochi secondi. «È fondamentale avere un buon rapporto con pediatra curante e descrivergli esattamente il contesto in cui si verifica l'attacco - spiega il dottor Mastrangelo -. Il medico può tranquillizzare i genitori se ritiene che l'evento non sia patologico, ma in caso di dubbi consiglierà di rivolgersi a strutture specialistiche che si occupano di epilessia».

ALCOL: OTTO MILIONI DI ITALIANI A RISCHIO

Circa otto milioni e mezzo sono gli italiani che nel 2009 hanno avuto almeno un comportamento di consumo a rischio per quanto riguardo l'alcol. Questo dice la relazione annuale che il Ministero della Salute ha inviato a dicembre al Parlamento: parliamo del 15,8% dei connazionali sopra gli 11 anni (6 milioni e 434 mila maschi e 2 milioni e 20 mila femmine) e il fenomeno interessa tutte le fasce di età ma in particolare il 18,5% dei ragazzi e il 15,5% delle ragazze al di sotto dei 16 anni e circa 3 milioni di anziani.
BINGE DRINKING - La relazione del Ministero denuncia il «passaggio a nuovi comportamenti e abitudini che segnano un allontanamento dal tradizionale modello di consumo mediterraneo». Diminuiscono le persone con consumi moderati e quotidiani e al tempo stesso aumentano i consumatori, in particolare donne, che oltre a vino e birra bevono bevande alcoliche e superalcolici con frequenza occasionale e spesso fuori pasto. Per quanto riguarda il "binge drinking", la modalità di bere di origine nordeuropea che implica il consumo di numerose unità alcoliche in un breve arco di tempo, ha riguardato nel 2009 il 12,4% degli uomini e il 3,1% delle donne e, spiega la relazione, è ormai abitudine stabilmente diffusa, soprattutto nella popolazione maschile di 18-24 anni (21,6,1%) e di 25-44 anni (17,4%).
GIOVANI E DONNE - Sebbene l'Italia occupi un posto tra i più bassi in Europa per consumo annuo pro-capite di alcol e sia anche uno dei Paesi della Ue con il più alto numero di astemi a «preoccupare» sono in particolar modo i giovani e le donne. È questo l'allarme che viene fuori dalla lettura della relazione inviata al Parlamento. «Preoccupa in particolare il cambiamento avvenuto nell'universo femminile - scrive nell'introduzione il ministro Ferruccio Fazio - che, pur restando inferiore a quello maschile, tuttavia nelle generazioni più giovani vede una progressiva riduzione delle tradizionali differenze di genere, fino a un capovolgimento della situazione per le giovanissime al di sotto dei 16 anni, tra le quali il "binge drinking" risulta più diffuso che tra i coetanei maschi». E preoccupante, evidenzia ancora il ministro, appare anche la situazione dei giovani, «perché già a 18-19 anni la quota di consumatori è vicina a quella media della popolazione e il consumo di alcol appare molto diffuso tra i giovanissimi al di sotto dell'età legale per la somministrazione (16 anni, ndr)».
Restando in tema, il Ministero della Gioventù e l'Istituto Superiore di Sanità hanno presentato a Palazzo Chigi il primo bilancio dell'"operazione Naso rosso". Risulta che il 34,6% dei giovani arriva in discoteca già con un tasso di alcol nel sangue superiore al limite dello 0,5 concesso dalla legge per poter guidare. A fine serata la percentuale di giovani sopra la soglia dello 0,5 è aumentata al 44%, mentre quelli a tasso zero, che all'ingresso erano il 33%, sono scesi al 16%. Conforta però che tra i ragazzi che hanno dichiarato che avrebbero guidato dopo la discoteca la quasi totalità è risultata inferiore al limite dello 0,5.

TROPPI ZUCCHERI E GRASSI E IL Q.I. SI ABBASSA

Junk_food

I bambini che mangiano sin dall'età di tre anni cibi poco salutari - come preparati già pronti e carni trasformate - corrono il rischio di avere un quoziente intellettivo leggermente più basso dei coetanei che seguono una dieta più sana. A sostenere che patatine, fritti e dolci in eccesso possono nuocere all'intelligenza dei bambini è uno studio della Bristol University (Regno Unito) pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health.
La ricerca è stata condotta analizzando le abitudini alimentari di 3.966 bambini di 3, 4, 7 e 8 anni e mezzo registrate dall'Avon Longitudinal Study of Parents and Children. I ricercatori hanno diviso i bambini in tre gruppi: quelli che consumavano regolarmente cibi pronti e trasformati ricchi di grassi e zuccheri, quelli che seguivano una dieta tipica a base di carne, verdure e patate, e quelli che portavano avanti un'alimentazione salutare a base di frutta, insalata, verdura e pesce.
 I bambini sono poi stati sottoposti a dei test, all'età di otto anni e mezzo, per valutarne le capacità cognitive e intellettive: i ricercatori hanno così scoperto un legame tra quoziente intellettivo e alimentazione. Dopo aver tenuto conto, nei risultati ottenuti, di altri fattori importanti per lo sviluppo cognitivo di un bambino, come il livello di istruzione della madre, l'agiatezza socio-economica della famiglia e la durata dell'allattamento al seno, i ricercatori sono stati in grado di associare, a una dieta a base di cibi industriali a partire dai tre anni d'età, un'intelligenza leggermente inferiore. "Lo sviluppo del cervello è molto rapido nei primi anni di vita - spiegano i ricercatori -. Sembra che ciò che accade più in là negli anni sia invece meno importante".

INFERTILITA': ANCHE COLPA DELLA DIETA. IL FEGATO L'ORGANO CHIAVE

Pensando a un organo importante per la fertilità il nostro pensiero non va certo al fegato. Eppure, uno studio riportato nel numero di Febbraio di Cell Metabolism, condotto da un gruppo di studio coordinato da Adriana Maggi, direttore del Centro di eccellenza sulle Malattie Neurodegenerative dell’Università di Milano, non solo sancisce in via definitiva la rilevanza fisiologica del recettore degli estrogeni nel fegato ma dimostra che gli aminoacidi presenti nella dieta agiscono direttamente sul questo recettore, attivandolo, e svolgono quindi una funzione molto importante per la fertilità.
I risultati dello studio possono contribuire a spiegare il meccanismo che regola la pubertà, alcune forme di amenorrea e forse anche i problemi di fertilità legati alla obesità. Mentre è nota da tempo la relazione tra infertilità e anoressia, altre forme di infertilità, la cui causa oggi non viene correttamente diagnosticata, potrebbero infatti essere collegate a diete troppo ricche di carboidrati e grassi
Questo studio ha implicazioni importanti per la spiegazione di alcune forme di infertilità dovute a diete povere di proteine e apre nuove prospettive per la comprensione delle alterazioni metaboliche che avvengono con la menopausa o in seguito a gravidanza (come il diabete post parto).Inoltre, la conferma della centralità del recettore epatico degli estrogeni può aiutare la ricerca di nuovi farmaci - conclude -, in grado di modulare l’attività di tale molecola solo nel fegato, consentendo di trovare nuove e più appropriate terapie per la menopausa.”  

"OVERDOSE" DI CALORIE PREDISPONE ALLE MALATTIE IMMUNITARIE

L’eccesso calorico predispone alle malattie autoimmunitarie: è quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricerca internazionale guidato da Giuseppe Matarese dell’Istituto di endocrinologia e oncologia sperimentale del Consiglio nazionale delle ricerche (Ieos-Cnr) di Napoli, che ha messo in evidenza che un fattore della cellula detto mTOR (mammalian target of rapamycin), responsabile del controllo della captazione dei nutrienti (come aminoacidi e glucosio) e dei livelli energetici intracellulari, è molto espresso in un particolare gruppo di linfociti detti ‘T regolatori’, particolarmente importanti nella protezione dalle malattie autoimmunitarie e infiammatorie. La ricerca è stata pubblicata sull’autorevole rivista scientifica internazionale Immunity.

“Abbiamo evidenziato che mTOR controlla in modo rilevante la crescita di tali linfociti ‘protettivi’ mediante delle ‘oscillazioni’, ossia modificando nel tempo la propria attività. Questi cambi dinamici sarebbero cruciali per la crescita di tali linfociti, sia nell’organismo sia al di fuori di esso, come per esempio in colture cellulari di laboratorio”, spiega Matarese.
Il blocco di queste ‘oscillazioni’ potrebbe indurre un cattivo funzionamento di mTOR e di conseguenza una riduzione nel numero di tali linfociti. Importante il ruolo giocato in questo senso dall'eccesso calorico e nutrizionale: "L’eccesso calorico e nutrizionale può determinare l’attivazione costantemente alta di mTOR opponendosi alle sue ‘oscillazioni’, che come abbiamo detto rappresentano un aspetto importante nella crescita e nell’aumento numerico dei linfociti ‘protettivi’ - continua Matarese -. Questo spiegherebbe almeno in parte perché, dove esiste una presenza di sovrappeso e obesità, una cronica stimolazione di mTOR dovuta all’eccesso calorico e nutrizionale porti al malfunzionamento e alla riduzione dei linfociti ‘T regolatori’ e a una conseguente maggiore predisposizione alle malattie infiammatori croniche ed autoimmunitarie".  

DI PADRE IN FIGLIO, DI MADRE IN FIGLIA: COSì SI TRASMETTE IL VIZIO DEL FUMO

E' quanto emerge da una ricerca pubblicata su Oxford Bulletin of Economics and Statistics dai ricercatori dell'Universidade de Santiago de Compostela (USC), in Spagna. "I papà trasmettono la loro abitudine al fumo ai figli maschi, e lo stesso vale tra madri e figlie. Tuttavia, se una madre fuma, non sembra avere un impatto sul vizio al fumo del figlio maschio e, analogamente, un padre che fuma non pregiudica il comportamento della figlia", spiega María Loureiro, che ha guidato lo studio.

I ricercatori si sono basati sui dati raccolti tra il 1994 e il 2002 dal British Household Panel Survey. Dallo studio è emerso che le probabilità che un ragazzo inizi a fumare se entrambi i genitori hanno il vizio delle 'bionde' è del 24%, dato che scende al 12% se nessuno dei due genitori fuma. Per le figlie la probabilità di fumare se entrambi i genitori fumano è del 23%, che scende al 12% se nessuno dei genitori ha il vizio.
I ricercatori hanno analizzato anche le influenze sul vizio del fumo dei figli nei casi di famiglie monoparentali guidate dalla sola madre. Ed è emerso che in questo caso le mamme fumatrici hanno più influenza sui maschi che sulle femmine: se la madre fuma, infatti, la probabilità che il figlio maschio cada nello stesso vizio è del 32%, contro il 28% delle figlie femmine.

Il potere dello «human touch»: UN ANTIDOLORIFICO NATURALE

Donnauomo

Tenere la mano di una persona amata può ridurre davvero il dolore delle donne nei momenti difficili. Lo dimostra uno studio dell’Università della California secondo cui il tocco o la sola vista del partner anestetizza dalle sensazioni dolorose. Arruolate 25 studentesse con rapporti stabili negli ultimi sei mesi, i ricercatori le hanno sottoposte a una serie di test che prevedevano stimoli dolorosi provocati da modeste fonti di calore. "Le donne soltanto guardando le immagini dei partner hanno segnalato meno dolore agli stimoli di calore rispetto a quando stavano guardando le immagini di un oggetto o le immagini di un estraneo", ha spiegato Naomi Eisenberger sul Journal Psychological Science. Stesso effetto se tenevano le mani in quelle del partner. Per confermare l’influenza del legame amoroso, i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento permettendo alle studentesse di stringere la mano ad uno sconosciuto o di tenere una palla anti-stress tra le mani. L’unico analgesico davvero valido si è dimostrato il contatto con il partner.
Non è necessario che l’empatia si generi nella coppia: anche accarezzare l’animale domestico produce lo stesso effetto. Una spiegazione scientifica anche per una delle più naturali forme di sollievo per un bambino che sente dolore: il bacio della mamma. Un’altra ricerca conferma questo effetto curativo. Un matrimonio felice è in grado di alleviare il dolore dovuto all'artrite reumatoide secondo uno studio pubblicato sul Journal of Pain dai ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine.
L'artrite reumatoide, spiegano i ricercatori, si verifica quando il sistema immunitario attacca le articolazioni causando rigidità, dolore e gonfiore. Dallo studio, che ha coinvolto 255 pazienti, è emerso che tra i partecipanti sposati una storia d'amore salda e soddisfacente è risultata correlata con dolore più sopportabile e con minori livelli di disabilità fisica e psicologica a causa della patologia, mentre i partecipanti non sposati soffrivano di maggiori disturbi.