sabato 1 gennaio 2011

CHI E' SOVRAPPESO ANNUSA MEGLIO

Chili in eccesso? Tutta colpa di un naso sopraffino. È quello che sembrano possedere le persone sovrappeso, che però non potrebbero aspirare a una carriera da creatori di profumi: la loro ipersensibilità alle fragranze, infatti, è confinata agli odori del cibo e non sembra sollecitata da tutti gli altri aromi. 

Ai partecipanti sono stati fatti annusare due diversi odori, uno di cibo e l'altro no. Entrambi gli aromi sono stati diluiti in acqua per essere presenti in concentrazioni man mano inferiori e capire così quando l'odore non veniva più avvertito dai volontari. I test sono stati eseguiti quando i soggetti avevano fame e anche dopo mangiato, per verificare se la sazietà potesse interferire con l'olfatto. Primo risultato, l'odore non relativo al cibo viene percepito meglio da affamati. E, paradossalmente, è vero l'opposto con il profumo di cibo: i volontari lo percepivano meglio da sazi che prima di pranzo. «Questa è stata la prima sorpresa: dal punto di vista evoluzionistico, verrebbe da dire che è più opportuno essere maggiormente sensibili al cibo prima del pasto», nota il coordinatore della ricerca, Lorenzo Stafford del Dipartimento di Psicologia dell'università inglese.
SOVRAPPESO - Perché mai allora dovremmo essere più sensibili agli odori del cibo dopo aver mangiato? «Forse perché così siamo più capaci di riconoscere e rifiutare gli alimenti quando non sono più necessari - ipotizza Stafford -. Del resto l'olfatto influenza il senso del gusto: questi dati sembrano indicare che l'odorato abbia un ruolo nei processi di segnalazione dell'appetito e della sazietà. E non a caso c'è chi ha provato a mettere a punto metodi per potenziare o ridurre l'olfatto per aiutare chi vuole perdere peso». Già, ma proprio chi è sovrappeso sembra più sensibile al cibo: la seconda sorpresa infatti è arrivata quando sono stati messi a confronto gli indici di massa corporea dei partecipanti con le loro capacità di discernere gli odori. Chi era sovrappeso è risultato più sensibile agli odori di cibo, molto poco a quelli non relativi agli alimenti. In altri termini, se una persona con qualche chilo di troppo entra in una pasticceria dopo pranzo viene sopraffatta dai profumi, si ritrova l'acquolina in bocca e difficilmente resiste dall'addentare un pasticcino. «L'acuito senso dell'olfatto di chi è sovrappeso potrebbe effettivamente incoraggiare a mangiare di più, anche quando si è sazi, facilitando l'accumulo di peso», osserva Stafford. Che però sottolinea come i suoi dati siano preliminari e su troppo pochi soggetti per poter essere conclusivi; per di più, i test sono stati fatti con un solo tipo di odore, per cui i risultati potrebbero essere diversi con altri. Si vedrà; nel frattempo, meglio non andare dal fornaio o in pasticceria dopo pranzo, se non vogliamo vanificare gli sforzi per stare a dieta.

Il bollettino dell'influenza


Le risposte più affidabili sull'andamento dell'epidemia stagionale, nel vortice di informazioni

MILANO - Tutto quello vorreste sapere sull'influenza e non osate chiedere. Nel vortice di informazioni sulla possibile minaccia che incombe su cenoni e festeggiamenti di fine anno, le risposte più affidabili sull'andamento dell'epidemia stagionale si trovano nella sezione del sito dell'Istituto superiore di Sanitàwww.iss.it/iflu.
INFLUNET - Alla base c'è l'esperienza di Influnet, un sistema di sorveglianza - così gli epidemiologi chiamano le misure per seguire nel tempo il diffondersi della malattia nella popolazione - coordinato dal ministero della Salute che si avvale della collaborazione del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute e del Centro interuniversitario per la ricerca sull'influenza. A fornire i dati sui casi di malattia, man mano che si verificano, è un rete costituita a livello locale da medici di famiglia e da pediatri di libera scelta, dai laboratori di riferimento per l'influenza e degli assessorati regionali alla Sanità. Il campione di popolazione coperto da questa rete è rappresentativo di tutta la popolazione nazionale, per cui dal numero e dalle caratteristiche degli episodi riportati gli esperti possono dedurre come stanno andando le cose sull'intero territorio.

Un'occhiata al cuore prima di salire sugli sci


Soprattutto per chi ha più di 35 anni è opportuno un elettrocardiogramma all'inizio della stagione sulle piste


(Ansa)
(Ansa)
MILANO - Forse qualcuno l'ha già prenotata, tanti la stanno sognando, aspettando impazienti: in vista delle vacanze di fine anno è tempo di pensare alla settimana bianca. Non solo all'albergo, però: prima di partire è meglio assicurarsi di essere in forma, cominciando ad allenarsi per rimettere ai piedi sci o snowboard. Altrimenti c'è il rischio di andare a ingrossare la casistica di Gert Klug, un medico dell’Università di Innsbruck che ha studiato 1.500 turisti in settimana bianca sulle Alpi tirolesi, arrivati nel suo ospedale fra il 2006 e il 2010 dopo aver avuto problemi cardiaci sulle piste. In 170 avevano avuto un vero e proprio infarto: non moltissimi, considerando i milioni di sciatori che ogni anno trascorrono le vacanze sulla neve in quelle zone, ma i dati raccolti da Klug sono parecchio interessanti perché dipingono un ritratto assai preciso del turista a rischio cuore sulla neve.
FATTORI DI RISCHIO - In oltre la metà dei casi, infatti, chi aveva avuto un infarto in settimana bianca era sedentario per quasi tutto il resto dell'anno; il 70% dei pazienti, inoltre, aveva almeno un paio di fattori di rischio cardiovascolare, dal fumo alla pressione alta, dal colesterolo in eccesso alla glicemia sballata. La scarsa preparazione fisica, unita a un sistema cardiovascolare non proprio perfetto, è il mix fatale assieme all'altitudine: in quota si riduce la disponibilità di ossigeno per cuore e vasi, che con il freddo "lavorano" peggio. Così si può andare incontro a un infarto, soprattutto all’inizio della vacanza, quando bisogna ancora adattarsi al nuovo ambiente, ma si è già iniziato a sciare. Non a caso il dottor Klug ha dimostrato che il 56% degli infarti si verifica nel primo o secondo giorno dall’arrivo, dopo le prime discese sulle piste. Magari alla sera, rientrati in hotel: l'infarto avviene mente si scia solo nel 40% dei casi. «Lo sci alpino è un'attività anaerobica, che impone grossi sforzi di breve durata; anche il cuore è sotto stress, basti pensare al batticuore dopo una discesa - spiega Alessandro Biffi, presidente della Società italiana di cardiologia dello sport -. Difficilmente chi prenota la settimana bianca riflette sui possibili rischi per la salute; invece chi ha più di 35-40 anni dovrebbe sottoporsi almeno all'elettrocardiogramma, a riposo e sotto sforzo. Lo sci va bene per tutti, anche chi ha avuto problemi di cuore può farlo, ma con le dovute cautele».
RACCOMANDAZIONI - «Chi ha avuto un infarto può fare la settimana bianca, purché si sottoponga a controlli accurati prima della partenza e non salga troppo in quota: non bisognerebbe oltrepassare i 2mila metri, l'ideale è stare attorno ai 1.500 metri - conferma Marino Scherillo, presidente dell'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri -. Le stesse raccomandazioni valgono per gli ipertesi, che in montagna sono più a rischio perché con l'altitudine la pressione tende a salire: prima di partire è bene rivedere la terapia, accertarsi che l'ipertensione sia sotto controllo e stabilire con il medico il numero di ore "permesse" sugli sci». Una visita medica preventiva sarebbe, tra l'altro, molto utile non solo per il cuore: «Con un buon anticipo rispetto alla partenza è opportuno fare il punto sul proprio grado di preparazione atletica, per pensare a un programma di allenamento presciistico adatto. Chi arriva sulle piste dopo un anno di sedentarietà rischia grosso anche per le articolazioni: gli incidenti sulle piste spesso dipendono proprio dalla mancanza di allenamento».

Aterosclerosi degli arti inferiori la speranza si chiama "Deb"

La chiamano 'malattia delle vetrine' perché chi ne è affetto è costretto a fare frequenti soste, per trovare sollievo dal dolore crampiforme che morde cosce e polpacci. La causa è il mancato arrivo di sangue ossigenato, che non passa per le arterie ristrette e dietro questo sintomo si nasconde l'aterosclerosi che colpisce le arterie degli arti inferiori. La malattia ha gradi crescenti di gravità, che sul piano clinico vanno dal dolore crampiforme al polpaccio o alla coscia (la cosiddettaclaudicatio intermittens) fino alla necessità di ricorrere all'amputazione per salvare il paziente dalle conseguenze fatali della gangrena.
A causarla l'aterosclerosi delle gambe è soprattutto il diabete, aiutato dagli altri fattori di rischio per la salute delle arterie: fumo, colesterolo alto e ipertensione. Le malattie dei vasi periferici, da sempre ritenute un po' la Cenerentola delle vasculopatie, oggi stanno tornando tuttavia prepotentemente alla ribalta, grazie soprattutto all'arrivo di nuovi trattamenti, dei quali si è parlato al 71° congresso della Società italiana di cardiologia. Fino a qualche tempo fa, le uniche possibilità di cura erano affidate ai farmaci anti-piastrinici e vasodilatatori o, quando possibile, al by-pass chirurgico; negli ultimi anni, invece, le cosiddette terapie endovascolari, cioè l'angioplastica, associata in genere al posizionamento di stent (cioè di tubicini infilati all'interno delle arterie della coscia e della gamba) hannofatto la parte del leone e salvato tanti arti dall'amputazione.
"Si tratta tuttavia di soluzioni 'imperfette'  -  spiega Filippo Scalise, responsabile del Servizio di emodinamica II al Policlinico di Monza - perché i lunghi tubicini posizionati all'interno delle arterie degli arti inferiori nel tempo possono deformarsi, chiudersi o in qualche caso addirittura fratturarsi, creando così dei gravi problemi all'arrivo del sangue nelle parti più periferiche della gamba e del piede".
Ma oggi, per il trattamento di questo tipo di aterosclerosi si sta per aprire un nuovo capitolo. Dopo i pallonicini 'semplici' dell'angioplastica, utilizzati per dilatare arterie ristrette, e i 'tubicini' - gli stent infilati nelle arterie per mantenerle aperte - stanno per arrivare i cosiddetti DEB (drug eluting ballon), i 'palloncini medicati'. "La nuova tecnica - spiega Scalise - consiste nel dilatare l'arteria ristretta dall'aterosclerosi con un palloncino da angioplastica ricoperto di un farmaco, il paclitaxel, che viene tenuto per qualche decina di secondi a contatto con la parete del vaso".
Questo farmaco ha un'azione anti-proliferativa, evita cioè che le cellule della parete del vaso, dopo il trauma causato dalla dilatazione comincino per reazione a proliferare e a migrare, causando così il progressivo richiudersi del vaso dilatato. Il paclitaxel, bloccando questa proliferazione, fa sì che non sia più necessario ricorrere al posizionamento dello stent per mantenere aperto il vaso dopo l'angioplastica e questo può significare tra l'altro risparmiare o alleggerire le successive terapie con farmaci anti-aggreganti piastrinici.
Si tratta di una tecnica minimamente invasiva, adatta anche a pazienti non più giovanissimi. "I pazienti anziani  - commenta Scalise - oggi non si accontentano più di avere 'solo' le coronarie a posto; ci chiedono di poter fare una vita normale, di poter camminare, fare passeggiate, accompagnare i nipotini; di avere cioè anche le arterie delle gambe a posto. Questa tecnica, ancora sperimentale, potrebbe rappresentare una risposta valida".
Dopo i promettenti risultati degli studi pilota (Thunder e FemPac) per il trattamento delle arterie della coscia, l'efficacia dei DEB (da soli o preceduti da trattamenti con laser o aterectomia) è attualmente al vaglio di vari studi sperimentali (IN. PACT, EURO-CANAL, ecc.)  in corso in diversi Paesi europei e negli Usa. Alcuni risultati saranno già disponibili il prossimo anno.

Raffreddore, malanno incurabile inutili erbe, pillole e vitamine

L'ennesimo tentativo è fallito: contro i sintomi del raffreddore l'echinacea non serve a nulla. Prima del fiore selvatico, gli studi scientifici si erano arresi di fronte all'inutilità di spremute d'arancia, vitamina B, vitamina D, zinco, ginseng, bibitoni caldi arricchiti o meno di alcolici, esercizio fisico, suffumigi. Da decenni i volontari dei trial ingoiano pillole sotto la supervisione dei medici, ma il virus continua bellamente a provocare starnuti.

"Tutto ciò che non fa male è ben accetto - spiega Pier Luigi Bartoletti, segretario della Federazione italiana dei medici di famiglia del Lazio - e non sconsigliamo certo di prendere echinacea o spremute d'arancia. Ma alla fine l'unico rimedio valido resta soffiarsi il naso". L'ultimo verdetto arriva dall'università del Wisconsin, dove 700 volontari sono stati divisi in due gruppi. Il primo ha assunto echinacea ai primi sintomi del raffreddore, il secondo ha aspettato che la malattia passasse da sé. Risultato: mezza giornata di vantaggio per gli affezionati dei rimedi erboristici, su una durata media di 7 giorni. Uno scarto troppo piccolo per essere significativo in termini statistici. Lo stesso responsabile dell'esperimento, Bruce Barrett, alla fine ha consigliato di regolarsi un po' "a naso": "Non ci sono effetti collaterali, né altre cure possibili per il raffreddore. Chi si trova bene continui pure a prendere l'echinacea a prescindere dai nostri studi".

Se rimedi naturali, suffumigi e bevande calde al miele sono promosse dai camici bianchi, se non altro per alleviare il senso di impotenza di fronte a una delle rare malattie del tutto insensibili all'offensiva della medicina, più cautela serve di fronte ai medicinali. "Le gocce per il naso - spiega Bartoletti - contengono in genere vasocostrittori, che in gran quantità fanno salire la pressione. Bisogna andarci molto cauti, soprattutto con problemi di cuore". Effetto contrario (quello di allargare i vasi sanguigni) hanno alcol ed esercizio fisico, che finiranno col tappare ancor più le vie respiratorie. Decenni di ricerca per un vaccino si sono infranti contro l'estrema mutabilità del virus, mentre i ricercatori di Cambridge guidati da Leo James che sono alla caccia di uno spray capace di distruggere il microbo hanno ammesso che ci vorrà almeno un decennio.

Nonostante il nome, neanche il freddo può essere davvero considerato causa del raffreddore. "Sono gli sbalzi di temperatura, anche dal freddo verso il caldo, a indebolire la mucosa nasale e favorire gli attacchi del virus. Da evitare poi l'aria troppo secca causata dai termosifoni" spiega Bartoletti. Che comunque ammette: "Per la prima volta in 25 anni ho iniziato a vedere pazienti che chiedevano rimedi per il raffreddore. È spiazzante, in una società medicalizzata come la nostra, dover rispondere che non c'è nulla o quasi da fare".