venerdì 10 dicembre 2010

CERVELLO E MORALE: IL CONFLITTO INTERIORE LO GESTISCE IL SUBTALAMO

Cervello2
Il conflitto morale viene gestito, a livello cerebrale, da un'antica porzione di cervello che l'uomo ha in comune con  moscerini, rane e uccelli, grande come una lenticchia: a scoprire il ruolo del subtalamo nei meccanismi neurologici sottostanti ai processi decisionali che generano conflitto è uno studio italiano pubblicato su Social Neuroscience da un gruppo di ricercatori dell'Università di Milano e della Fondazione Irccs Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico guidati da Alberto Priori, in collaborazione con la Fondazione Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, l'Irccs Galeazzi di Milano e l'Irccs Istituto Neurologico Mondino di Pavia.
Lo studio è stato condotto su 16 pazienti nei quali, per altre patologie, erano stati impiantati elettrodi millimetrici all'interno del cervello, che hanno consentito di registrare l'attività dei neuroni nel soggetto sveglio. Ai pazienti sono state presentate sullo schermo di un computer delle frasi neutre (il sonno è un elemento necessario alla vita; il violino è il più piccolo strumento ad arco), delle frasi morali non conflittuali (ad esempio, tutti gli uomini hanno il diritto di vivere), e altre morali conflittuali (alcuni reati devono essere puniti con la pena di morte; l'aborto è ammissibile quando il feto è malato), ed è stato loro chiesto, di volta in volta, di esprimere accordo o disaccordo. Gli elettrodi in profondità hanno permesso di registrare l'attività elettrica del subtalamo, e hanno consentito di rilevare che si attiva specificamente durante la lettura e la valutazione delle frasi morali conflittuali. “I risultati di questi esperimenti dimostrano per la prima volta il ruolo del subtalamo nei processi decisionali che generano un conflitto - spiega Manuela Fumagalli, ricercatrice presso l'UO di Neurofisiologia della Fondazione IRCCS Ca' Granda Policlinico, che ha preso parte allo studio -. Tutto ciò, oltre ad essere importante per la comprensione neurofisiologica dei processi decisionali, è rilevante per sviluppare nuovi approcci terapeutici a disturbi come lo shopping compulsivo, il gioco d'azzardo patologico, l'ipersessualità. Così come per studiare più a fondo l'eventuale capacità decisionale in pazienti con ampie lesioni della corteccia cerebrale”

IL GENE HAPPYHOUR: DAI FARMACI ANTI-CANCRO UNA CURA PER L'ALCOLISMO

Combattere l`alcol-addiction con i farmaci anticancerogeni: la chiave per disintossicarsi da cocktail e superalcolici è in una classe di trattamenti già utilizzati contro il tumore. I test condotti dai ricercatori americani su moscerini della frutta e topolini hanno infatti portato all`individuazione del gene “happyhour”, una mutazione del Dna che impedisce la proliferazione delle cellule tumorali ed è efficace anche contro l`assuefazione all`alcol. Le cavie che presentano questa alterazione del patrimonio genetico – che viene indotta appunto da alcune medicine contro il cancro – bevono infatti meno bevande alcoliche pur avendone ampia disponibilità. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Cell: “Non è ancora chiaro il meccanismo alla base di questa scoperta -  afferma Ulrike Heberlein, coordinatrice della ricerca – ma si tratta senz`altro di uno studio che potrebbe fornire una vera e propria cura contro l`alcolismo”.

INFILTRAZIONI DI SANGUE: NUOVO METODO PER RIPARARE LE TENDINOPATIE

Lesioni tendinee curate con iniezioni di sangue proprio. Questa l'innovazione  messa a punto dagli studiosi guidati da Waseem Bashir, radiologo del Royal National Orthopaedic Hospital e dell'Ealing Hospital di Londra, è stata presentata nel corso del meeting annuale della Radiological Society of North America.
Il procedimento si basa su effettuare ripetute iniezioni di sangue del paziente in grado di causare emorragie controllate nell'area lesionata, con l'aggiunta della somministrazione di uno steroide: "Il sangue contiene molti fattori di crescita, e le iniezioni hanno dimostrato di promuovere una guarigione più rapida delle lesioni".
La tendinopatia del bicipite femorale è un infortunio piuttosto comune in sport come calcio, ginnastica e karate, tutti sport che richiedono un'accelerazione rapida, e causa dolore acuto anche nel semplice salire le scale. A differenza di un tendine lacerato o rotto che può essere trattato chirurgicamente, le piccole lesioni che caratterizzano la tendinopatia cronica non viene facilmente diagnosticata ed è difficile da guarire.
I ricercatori hanno diviso 42 pazienti affetti dalla condizione in tre gruppi: il primo è stato trattato con iniezioni di anestetico locale e steroidi, il secondo con anestetico locale e iniezioni del proprio sangue, il terzo gruppo con anestetico locale, steroidi e iniezioni di sangue autologo. Ed è emerso che, a un anno dall'infortunio, il trattamento più efficace in termini di funzionalità è risultato quello a base di sangue autologo e steroidi.

NUOTO SI, CORSA E TENNIS NO. PER PREVENIRE L'ARTRITE SPAZIO AGLI SPORT LEGGERI

L'esercizio costante ma leggero previene l'insorgere dell'artrite al ginocchio: a sostenerlo uno studio condotto dalla University of California di San Francisco e presentato nel corso del meeting annuale della Radiological Society of North America. "Secondo i risultati dello studio le attività ad alto impatto come la corsa per più di un'ora al giorno tre volte a settimana sono associate maggiormente alla degenerazione della cartilagine e a un più elevato rischio per lo sviluppo dell'osteoartrite. Impegnarsi in esercizi leggeri e astenersi dall'eccessiva flessione del ginocchio può proteggere contro l'insorgenza della malattia". 
Nello studio è stato esaminato un gruppo di 132 persone a rischio di osteoartrite - ma senza sintomi attuali - e un gruppo di 33 persone non a rischio, intervistandole circa gli esercizi fisici da loro abitualmente svolti, e li hanno poi sottoposti a risonanze magnetiche alle ginocchia: ed è emerso che chi svolgeva esercizi più leggeri aveva le cartilagini più in salute, indipendentemente dal fatto che i soggetti fossero a rischio di osteoartrite.

SPORT SI FUMO NO. IL RISCHIO ICTUS DIMINUISCE DELL' 80%

Uno stile di vita sano con una dieta equilibrata e povera di grassi, molta frutta e verdura, poco alcol e niente fumo, il tutto accompagnato con un po' di esercizio fisico per mantenere il peso forma, può arrivare a far ridurre il rischio di infarto dell'80%: a sostenerlo è uno studio pubblicato su Stroke, una delle riviste ufficiali dell'American Heart Association, dai ricercatori guidati da Larry Goldstein, direttore dello Stroke Duke Center di Durham, (North Carolina, Usa).
Negli Stati Uniti i tassi di mortalità ictus sono diminuiti di oltre un terzo tra il 1999 e il 2006, ma l'ictus rimane la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e il cancro. In Italia ogni giorno l'ictus colpisce circa 660 persone (dato Ccm - Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie), con più di 70 mila decessi all'anno e circa 190 mila persone colpite per la prima volta, per un totale di un caso ogni 3 minuti. Nei Paesi occidentali l'ictus rappresenta la prima causa di invalidità nelle persone adulte, la seconda di demenza e la terza di mortalità (dati 2010 di Alice-Associazione per la lotta all'ictus cerebrale).
Per gli studiosi americani si deve puntare sulla prevenzione. Gli autori dello studio fanno infatti notare che, in particolare, negli ultimi anni è aumentato il numero di ictus che avviene per la prima volta: dei 795.000 ictus che avvengono ogni anno negli Stati Uniti più del 77% avviene per la prima volta.

SCOPERTO GENE FRA LE CAUSE DELLA SLA

Grazie a uno studio italo-americano cominciano a ricomporsi le tessere del puzzle della sclerosi laterale amiotrofica (SLA): e' stato infatti scoperto un gene, sul cromosoma 9, che, sebbene responsabile di un numero limitato di casi, suggerisce per la prima volta uno dei meccanismi alla base di questa malattia che uccide i neuroni del movimento e condanna alla paralisi: i neuroni si intossicano perche' si inceppa il processo di smaltimento dei rifiuti cellulari.

SALUTE: STUDIO, L'IMMAGINAZIONE SAZIA

Se si pensa di mangiare un cibo poi la voglia diminuisce



ANSA) - ROMA, 9 DIC - L'immaginazione sazia: se immagini di mangiare la tua torta preferita, boccone dopo boccone, l'appetito per quella torta diminuira', cosi' quando ti ci troverai di fronte finirai per mangiarne meno. E' il potere dell'immaginazione decretato da esperimenti della Carnegie Mellon University di Pittsburgh e pubblicati su Science.

L'immaginazione funziona, si spiega, perche' aziona un meccanismo di adattamento e appagamento, come se la persona avesse veramente mangiato il cibo e non ne volesse altro.

giovedì 2 dicembre 2010

VITA PIU' LUNGA E PIU' IN SALUTE: IL SEGRETO E' NELLA TELOMERASI

Il processo di invecchiamento può essere interrotto e invertito: è quanto è emerso da uno studio pubblicato su Nature da un gruppo di ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute e dell'Harvard Medical School di Boston (Usa) che hanno scoperto che nei topi l'uso della telomerasi - l'enzima deputato alla ricostruzione dei telomeri, ovvero le sequenze di Dna che proteggono le estremità dei cromosomi - è in grado di invertire il processo degenerativo legato all'età. "Questo studio fa pensare alla telomerasi come a un serio intervento anti-invecchiamento".
Quando le cellule si dividono i telomeri tendono ad accorciarsi sempre di più fino a causare, quando diventano troppo corti, l'impossibilità di ulteriori divisioni e la morte cellulare. La telomerasi è in grado di proteggere la lunghezza dei telomeri mantenendo in vita più a lungo le singole cellule.
DePinho e colleghi hanno privato un gruppo di topi dell'enzima e li hanno fatti invecchiare prematuramente. Hanno poi riattivato il funzionamento dell'enzima anti-età constatando, dopo un mese, "l'inversione drammatica degli effetti in questi animali che descrive i risultati ottenuti come l'effetto 'Ponce de Leon', in riferimento all'esploratore spagnolo Juan Ponce de Leon, andato alla ricerca della mitica fonte della giovinezza: "I testicoli raggrinziti sono tornati alla normalità, facendo riacquistare  ai topi la fertilità. Altri organi come milza, fegato e intestino, sono ringiovaniti", si legge su Nature. L'impulso della telomerasi, spiega il ricercatore, ha anche invertito gli effetti dell'invecchiamento sul cervello.
Lo svantaggio è che, secondo alcuni studi, in alcuni casi una versione "mutata" di telomerasi può aiutare le cellule a replicarsi in maniera incontrollata, dando vita alla formazione di tessuti neoplastici, e aiutandoli a crescere più velocemente. Ulteriori studi sono necessari: "Il ringiovanimento dei telomeri - spiega David Harrison, del Jackson Laboratory in Bar Harbor, (Maine) - è potenzialmente molto pericoloso se non ci si assicura che non stimoli il cancro".

TUMORE OVARICO: SOTTO LA LENTE LE TERAPIE ORMONALI SOSTITUTIVE

Le terapie ormonali sostitutive nel trattamento post-menopausa potrebbero esporre le donne ad un aumento dei rischi di sviluppare il cancro all'ovaio. Sono i risultati dello studio European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition che ha analizzato i dati clinici di 126.920 donne in un periodo di nove anni.
In questo lasso di tempo, 424 donne avevano ricevuto la diagnosi di cancro ovarico. Esclusi altri fattori, come il peso, il fumo e le predisposizioni individuali, le donne che ricevevano la terapia ormonale presentavano il 29% di rischi in più di sviluppare il tumore rispetto alle donne non in terapia. Quelle in terapia con soli estrogeni, di norma dopo un intervento di rimozione dell’utero, mostravano un aumento del rischio del 63%, mentre nessun aumento statisticamente significativo è stato notato nelle pazienti che ricevevano un trattamento combinato di estrogeni e progestinici.
Cautela sui dati dallo stesso autore dello studio, Konstantinos K. Tsilidis: “Il messaggio di attenzione su questo tumore è importante - spiega -, ma un aumento chiaro si è dimostrato solo per chi ne aveva fatto un uso continuativo negli ultimi cinque anni”.

RISCHIO CUORE: IDEATO TEST CHE PREDICE LE PATOLOGIE CON 15 ANNI DI ANTICIPO

Scovare i livelli di una proteina per predire il rischio di patologie cardiache con 15 anni di anticipo: il test innovativo è stato messo a punto da un gruppo di ricercatori dell'Università del Maryland (Usa) e pubblicato su JAMA, Journal of American Medical Association. L'esame prende in considerazione i livelli nel sangue della troponina T, una proteina nota per essere predittrice a lungo termine della morte delle cellule cardiache e quindi di insufficienza cardiaca: i livelli della proteina, spiegano i ricercatori, vengono attualmente utilizzati per rilevare se un paziente ha subito un attacco cardiaco. Testato su 4000 statunitensi nell'ambito del Cardiovascular Health Study, il nuovo test permette però di rilevare livelli della proteina 10 volte più deboli: i soggetti con i livelli più elevati, spiega Christopher deFilippi che ha condotto lo studio, hanno quattro o cinque volte più probabilità di sviluppare l'insufficienza cardiaca rispetto alle persone con i livelli più bassi.
Ai partecipanti sono stati prelevati, ogni tre anni, campioni di sangue che sono poi stati congelati: dopo averli scongelati i ricercatori hanno provveduto alla misurazione dei livelli della troponina T e hanno incrociato i dati con gli eventi cardiovascolari registrati dal 1989, anno di inizio dello studio. "Abbiamo trovato - spiega deFilippi - che maggiore è il livello di troponina, maggiore è il rischio per l'individuo di insufficienza cardiaca o di morte per malattie cardiovascolari nei prossimi 10 o 15 anni".
Scovare livelli anche minimi della proteina, spiegano i ricercatori, servirebbe per attuare strategie preventive - come il cambiamento dello stile di vita, con dieta più bilanciata e più sport - nelle persone particolarmente a rischio.

SMS E SOCIAL NETWORK: ADOLESCENTI CHE ESAGERANO A RISCHIO DROGHE, ALCOL E SESSO

Gli adolescenti (tra i 13 e i 18 anni) che inviano ogni giorno più di 120 messaggi di testo con il cellulare hanno il triplo delle probabilità di fare sesso rispetto ai coetanei che fanno un uso più modico del cellulare. È quanto emerge da uno studio presentato dai ricercatori della Case Western Reserve School of Medicine guidati da Scott Frank, da cui emerge che i patiti del messaggino sono il 19,8% dei ragazzi intervistati, molti dei quali donne, con basso status socio-economico e, la maggior parte delle volte, senza il padre in casa.
Dallo studio emerge che gli "hyper-texters" hanno il 40% di probabilità in più di aver provato le sigarette, il doppio delle probabilità di aver provato l'alcol, rischiano il 43% in più di essere forti bevitori e il 41% in più di aver fatto uso di droghe illecite. 
Frank e colleghi hanno anche analizzato gli effetti del tempo trascorso sui social network, rilevando che chi trascorre più di 3 ore tra Facebook e simili ha maggiori livelli di stress e depressione ed è a maggior rischio di consumare sostanze stupefacenti, di avere comportamenti aggressivi e bassi voti a scuola.
Tra gli studenti, spiegano i ricercatori, è l'11,5% a corrispondere a questo profilo. Gli "hyper-networkers" hanno, rispetto ai coetanei che fanno un uso più moderato del pc, il 62% di probabilità in più di aver provato le sigarette, il 79% di possibilità in più di aver provato l'alcol, l'84% in più di aver fatto uso di droghe illecite, il 94% in più di avere comportamenti aggressivi e scontri fisici, il 69% di possibilità in più di avere rapporti sessuali.
"I risultati di questo studio suggeriscono che, se non controllata, l'abitudine di rimanere 'collegati' tramite sms e i social network può avere effetti pericolosi sulla salute sugli adolescenti - spiega Frank -. Dovrebbero essere un campanello d'allarme per i genitori".

mercoledì 1 dicembre 2010

DIMAGRIRE IN SALUTE? IL METODO C'E'; LA DIETA PERFETTA E' CON CARNI MAGRE E LEGUMI

Mangiare fino a sazietà e perdere peso? I ricercatori danesi della Faculty of Life Sciences (Università di Copenaghen) hanno risolto il rebus: proteine da carni magre come pollo e tacchino e legumi, mentre si riducono le porzioni di latticini e formaggi e il consumo di pane bianco e di riso raffinato.
Lo studio ha confrontato diversi regimi dietetici per estrarre quello in grado di prevenire l’obesità. I risultati, pubblicati sul New England Journal of Medicine, sono rivolti direttamente a chi ha gravi problemi di peso. Nella fase iniziale, tra i circa 2.000 partecipanti, gli adulti in sovrappeso che hanno seguito la dieta ipocalorica – 800 calorie al giorno per circa 8 settimane - hanno perso 11 chili. Raccomandazioni alimentari, ricordano i ricercatori, che valgono per chi parte da un peso eccessivo. Anche a questi il consiglio è quello di essere sempre guidati da un dietologo.

Per quanto, infatti, calibrate sulla sensazione di fame e sazietà, si tratta pur sempre di diete drastiche. I ricercatori danesi hanno cercato di trovare il giusto equilibrio tra apporto proteico e indice glicemico. Il risultato più soddisfacente tra le diverse ipotesi è stato ottenuto dal regime dietetico con maggior apporto di proteine (prevalentemente legumi e carni di pollo e tacchino) e un minore apporto di zuccheri semplici: quindi meno frutta “zuccherina”, come kiwi, uva e banane,  tagli anche ai dolci e soprattutto ai carboidrati presenti nel pane bianco e nel riso raffinato, da sostituire con cereali integrali. Pasti assortiti seguendo questo principio, anche se abbondanti come spesso capita a i soggetti obesi, che hanno difficoltà a frenare l'appettito, sostengono i ricercatori, hanno effetti dimagranti più rapidi e di lunga durata e consentono un mantenimento del peso raggiunto più prolungato.

E' UN ANTI-DIABETE, MA CONTRASTA L'ALZHEIMER

La scoperta arriva da un studio pubblicato su Pnas - Proceedings of the National Academy of Sciences dai ricercatori del German Center for Neurodegenerative Diseases (DZNE) e del Max-Planck-Institute for Molecular Genetics (Germania) in collaborazione con i ricercatori inglesi dell'University of Dundee.
Gli studiosi hanno rilevato che la metformina, principio attivo già conosciuto dai malati di diabete, avrebbe delle carte in regola per contrastare l'evolvere dell'Alzheimer.
Dallo studio è infatti emerso che il farmaco anti-diabete è in grado di regolare il funzionamento della proteina PP2A, a sua volta responsabile della rimozione dei gruppi di fosfato dalla proteina Tau, che nei malati di Alzheimer è poco attiva: la metformina ne potenzierebbe il funzionamento, impedendo l'accumulo di fosforo nella proteina Tau e, quindi, l'accumulo della stessa proteina Tau nei cosiddetti "aggregati neurofibrillari", noti per avere un ruolo nell'origine della malattia.  

CIOCCOLATO FONDENTE: "ENERGIA" A CHI SOFFRE DI FATICA CRONICA

Oltre al piacere, il sollievo: gustare una piccola porzione di cioccolato fondente tre volte a settimana, aiuterebbe a ridurre i sintomi della sindrome da stanchezza cronica. Ad affermarlo, sono i ricercatori della University of Hull, in Gran Britagna, in uno studio pubblicato su Nutrition Journal.
La ricerca è stata condotta su dieci pazienti affetti da una grave forma di sindrome da stanchezza cronica, ai quali è stato chiesto di mangiare 15 grammi di cioccolato fondente a giorni alterni per otto settimane e, dopo un periodo di sospensione, di assumere un altro snack - contenente una quantità inferiore di cacao ma dal sapore molto simile al primo.
Al termine dell'esperimento, è emerso che durante il periodo di assunzione del fondente i soggetti avevano riportato un notevole miglioramento, manifestando una riduzione di stanchezza, depressione e ansia. Tuttavia, gli studiosi hanno anche rilevato che le condizioni dei pazienti sono man mano peggiorate durante la fase di consumo del secondo prodotto.
"I risultati ottenuti risultano sorprendenti a causa del piccolo numero del campione - afferma Stephen L Atkin che ha coordinato la ricerca -, e, anche se è necessario testarne gli effetti su un gruppo più ampio, potrebbero essere molto incoraggianti per chi soffre di questa patologia".

CAROTE, ZUCCHE E BROCCOLI: L'ALFA-CAROTENE PROTEGGE CUORE E TESSUTI

Tessuti sani e cuore protetto con ortaggi giallo-arancio e verde scuro: a sostenere le proprietà antiossidanti della particolare dieta è uno studio pubblicato su Jama dai ricercatori del Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta guidati da Chaoyang Li, da cui emerge che l'alfa-carotene - della famiglia dei carotenoidi - in essi contenuto protegge dal rischio di morti per patologie cardiovascolari e cancro.
Lo studio ha preso in esame  15.318 soggetti dai 20 anni in su sottoposti ad analisi del sangue dal 1988 al 1994 e riesaminati nel 2006, 12 anni dopo la fine dello studio. Nel corso della ricerca sono stati registrati 3.810 decessi, ed è emerso che i soggetti con livelli ematici più alti della sostanza sono risultati più protetti dal rischio di morte a causa di cancro o di patologie cardiovascolari.
L'alfa carotene è contenuto in buone quantità negli ortaggi giallo-arancione come carote e zucca, e nei vegetali verde scuro come broccoli, fagiolini, piselli, spinaci, bieta e  foglie di lattuga. Anche se chimicamente simile al beta-carotene, spiegano i ricercatori, l'alfa-carotene potrebbe risultare più efficace, per quanto riguarda il cancro, nell'inibire la crescita delle cellule tumorali in fegato, cervello, e pelle.